tramonto

sabato 20 luglio 2019

LA MONEGHETA

Si esalta quando leziose nuvole si acquietano nella valle retrostante a marcare il territorio e oscurare le crode retrostanti.
 E' una guglia  che le temperie del tempo profondo hanno lasciata solitaria tra le creste della scarpata di Lamen, architettandone lontane fattezze umane.
"L'é la Monegheta"....nata da una leggenda.
Narrasi che agli albori del cinquecento orde di lanzichenecchi al soldo del Massimiliano d' Asburgo scendessero le lande italiche lasciando dietro loro distruzioni e rovine mettendo a ferro e fuoco città e villaggi.
Suor Lucrezia del convento di Santa Chiara,la cui famiglia teneva dei possedimenti sulle arcigne vette, suggerì di ripararvisi lassù fino a che non fosse passata la paura. Ma la madre abadessa si oppose confidando nei buoni uffizi della santa a cui si erano votate e ne fosse corsa in loro difesa.
Suor Lucrezia timorata più dalla tremebonda accozzaglia di soldati che del buon Dio, nottetempo s'inoltro non senza fatica lungo le rupestri erte.
Giunta in cima si voltò e ai suoi occhi si parò la  vista di fumo e fiamme che si alzavano dall'Urbe. Sconvolta da tanta visione si prostrò in ginocchio, levò le mani al cielo e si tramutò in statua di  pietra ad imperitura memoria. Fu il castigo di Dio.
Salirne oggi le ardite balze nella torrida calura agostana, dove nullo albero ti ripara dal solleone è un modo per avvicinarsi al mito per espiare le proprie colpe.

venerdì 18 gennaio 2019

BUS DE LA PALAZA

Bianca, le cui primavere, non le consentono erti declivi, manda me in odor di pensione, ad infrattarmi tra contorti mughi ed antichi passaggi.
Galeotta fu una mappa del Grandis del 1713 ed un comunicato dell' eccellentissimo conte Lodovico Flangini provveditore sopra la Sanità della Serenissima Repubblica che così recitava..."devosi barricare il foro della Palla di San Eustachio su la montagna de la Palazza formando come un cassone in altezza di sei piedi empiendolo di pietre in forma tale che si renda quel luoco intransitabile a chi si sia."
Venezia, Stato da Mar,di pestilenze nel corso dei secoli ne aveva sopportate financo troppe ed ora che verso l'orizzonte tedesco se ne paventava un' ennesima, senza troppe indulgenze, ne apprestava le contromisure. Velocemente precettati all'uopo, armigeri del colmello di Soranzen, che fa a guardia della Valle di Canzoi, tosti si recarono muniti di schioppo, fra sbuffi ed improperi a tappare il "restello" in modo da non dar adito a chicchessia viandante di varcare la linea. Con facoltà di respingere coloro che tentassero di forzare il blocco anche "cum mala gratia".
 Sono trascorsi 300 anni e mi trovo al Ponte Umin, in una giornata di tardo autunno a volgere lo sguardo verso la stretta valle di Fosserla, che ingarbugliati cespugli tentano di celarla.
Su da qualche parte tra scoscesi pendii e rocce fratturate vi è la meta.
Risalgo la valle in fitto bosco da cui emergono rovine di majolere ed altri segni lasciati dall'uomo, fino a casera Pédena, ultimo avamposto a me noto, colonne d 'Ercole. Oltre è varcar l'ignoto.
 E l' ignoto è fatto di balze rocciose, di canaloni precipiti , di frane col tempo ricopertesi di vegetazione, di fitte macchie, di labili tracce di passaggio, di crinali erbosi, di vie precluse, di passaggi obbligati. Lasciarsi guidare più dall'intuito e dall'istinto che dalla ragione. Su in cima scoprire resti di un insediamento di pastori e sul filo di cresta di precipiti dirupi trovarsi sul luogo del desiderio. Eccolo finalmente il passaggio, un foro nella roccia che sa di opera d'arte. Che diventa cornice per i monti retrostanti, che s'indora dei raggi del mattino. Lieve il vento s'infila e va a far tremolare i rami. Al di là mughi s'insediano a guardia. Il tempo è sospeso.
 Poi il sole fa capolino e diventa la perla d'un gioiello.

mercoledì 20 maggio 2015

ACQUE

Acqua appena percepita,
stillicidi.
Acqua cheta.
Acqua come un fruscio,
acque che chiacchierano, acque che gorgogliano,
acque che mugghiano,
acque tumultuose.
Acqua del color del cielo.
Acqua smeraldo,
acque bianche, brune di terra.
Acque del color delle fronde,
rosse del tramonto,
dorate dell’alba,
grige di tempesta,
acque trasparenti.
Acque che saltano.
Acque che scivolano, ballano, che si rincorrono,
acque che si spaccano.
Acque che incantano, acque libere.
Acque incanalate,
acque intubate,soggiogate, imprigionate.
Acque ferme.
Acque maleodoranti.
Acque sporche, acque nere.
Acque violentate.

Acque…

giovedì 16 aprile 2015

ESPLORATORI

E venne l'apocalisse ai primi di novembre del '66, fatta di pioggia, neve ed insolito caldo. La Gosalda piombò con un diluvio d' acqua e la Pezea catalizzò tutti i liquidi di mezzogiorno. Coalizzandosi nel piano tutto travolsero e la sottostante valle mai più fu la stessa. Dentro nel profondo, fango e pietre a metri ridussero in macerie mute l'armonia di California. Eravamo qui, una decina d'anni dopo, imberbi adolescenti, Edoardo ed io, con lo sguardo rivolto verso le crespe luccicanti del lago del Mis, lunga scia d'acqua ferma. Vicini alla famosa cascata della Soffia, cui un cartello ne decantava bellezze turistiche. La chiesetta e l'alberghetto, ologrammi posticci, erano riproposizioni di quelli che trovavano in altri luoghi ora sommersi dal bacino. Due grossi zaini in ispalla, ricolmi di cibo, di vestiario e una tenda nuova da corrispondenza, pervenuto dal catalogo Postal Market. C' incamminammo disinvolti verso il budello cintato da enormi pareti rocciose, su quello che rimase della strada. Poco oltre scomparve di netto, lasciando un misero sentiero divincolarsi su un pendio ghiaioso che scendeva rapido fin sul corso del torrente, il quale scendeva chiacchierando allegro. Tutto sembrava essere ritornato a prima che l'uomo avesse messo mano con pale e picconi e scoppi di dinamite per tracciare la via. Rimanevano soltanto i tratti e le gallerie, troppo in alto e robuste per essere spazzate. Ora rimanevano in attesa che i posteri prossimi decidessero di rimettere le comunicazioni in sesto. Ma ormai gli abitanti, dopo questo ennesimo sconvolgimento, se ne stavano andando in lidi più tranquilli. E la nuova strada a chi sarebbe occorsa? Agli indigeni o valvola di sfogo per le lunghe code dei turisti che veloci tornavano dalle destinazioni dolomitiche? A noi non interessavano tali questioni. Ci immergevamo alla scoperta di questo spazio al pari del Bottego che risalì l' Omo negli inesplorati suoli etiopi. Risalendo vedemmo un paio di coppie di naturisti che nell' altra riva in un angolo schivo abbronzavano le pubenda, ruderi di quello che fu una locanda nota, la Stua, la forra dove nel fondo il Mis mugghiava, e poi, dove gli spazi si allargavano. quell'abitazione che a Titele pareva far da dogana su uno sperone a controllo della valle. Oltrepassammo i flutti su un ponte tavolato sospeso e proseguimmo sul tratturo che portava a California. Essa, prima del disastro, s'era conquistato un "posto al sole" turistico. C'erano due bar, la latteria turnaria, il panificio, ci arrivava giornalmente un torpedone, l'albergo Bissoli con 17 camere per i villeggianti... ed ora la natura stava cominciando a ripristinare le ferite ricoprendo le ghiaie con rada vegetazione. Le abitazioni erano relitti da naufragio, muri sventrati, ferri arrugginiti, divenute dimore per il vento. Bissoli, amico di famiglia, aveva edificato il suo "buen retiro" fra le dolcezze collinari del prosecco, mai dimentico della sua verdeggiante vallata. Noi risalimmo il sentiero verso gli alpeggi di Campotorondo prima e poi alla conca sublime di Erera, terre che furono, quasi per diritto divino, un tempo proprietà del Capitolo della Cattedrale di Feltre e del Monastero di Santa Chiara. L'unico ricordo che ho di questo tratto di tragitto è, chissà per quale motivo, una piccola radura circondata da piante resinose. Su nei cieli dei Piani Eterni, nuvole dai grigi colori si organizzavano per il pernotto, Così anche noi armeggiammo sul "sagrato" della malga all'allestimento della nostra dimora notturna. Non fu facile montare la tenda per noi inesperti. ma alla fine riuscimmo nell'impresa. Non facemmo in tempo ad appisolarci, quando improvviso s'alzò un vento furente, poi tuoni cominciarono a sconquassare i monti, con echi che si rincorrevano. Lampi che illuminavano. Poi pioggia,dapprima leggera, quindi sempre più intensa. Per un po' resistemmo a trattenere a forza di braccia la tenda che le fole volevano strappare, ma quando l'acqua impantanò la base, non ci restò che domandar asilo ai malgari all'interno del rustico. Nottata da tregenda. Il nuovo giorno si svegliò già dimentico del fortunale notturno ed un aura lucente s'appropriò di un cielo blu cobalto. Riassettati i nostri "patrimoni" riprendemmo la via dentro le intriganti mughete alla volta del Passo di Cimia. Vagammo per l'altipiano senza assillo di via certa, ma seguendo tracce e direzioni che l'istinto o l'attimo ci dettavano. Arrivammo poi al valico, al di là baratri e bancate dirute. Non più pianori dolci, ma verticalità frammentate , pareti rocciose a picco, passaggi al limite dell'acrobatico. Dai paradisi danteschi ai gironi infernali. Ma anche all' estasi di quel monte che si spinge imponente, diritto verso l'infinito sdoppiandosi in cima in due torri gemelle. Ed ancora salita, su verso l'ultimo passaggio ed infine esausti giù lungo l'ultima discesa a reincontrare la civiltà.

sabato 7 marzo 2015

SALADEN

Saladen!! Chissà per quale alchimia mentale mi viene da accostarlo ad El Alamein. Tutt'altri spazi. Infatti nulla ha in comune col suolo libico, testimone di guerra tra l'Asse e le armate della Regina. Sabbia e panzer. O ad accomunarlo all'Oregon. L'affiorare delll'immagine cinematografica di Zeb Macahan, mano sul culo del cavallo, voltato all'indietro, controllare il seguito per poi alzare il braccio portandolo in avanti gridando - Oregon!! - e partire con la carovana verso una nuova frontiera. Ma quando mi trovo nell'unico posto certo del luogo, Fraina Alta, mi rendo conto che la mia meta è uno sconosciuto limes. Vado ad intuito a cercare l'inizio della via e trovo il mio passaggio a nord-ovest dietro la casera più in alto. I segni sono rievocazioni del passato. Il sentiero sembra più un illusione.Rami, fogliame, arbusti s'impadroniscono del tracciato e si riprendono gli spazi. M'avvio a fiuto, come un cane. Poco oltre la scelta si rivelerà giustificata. Solo pochi segni riveleranno la presenza di passaggio dell'uomo nei tempi passati. L'ambiente è selvaggio. Presso un bivio in bosco di abeti il sentiero si divide, a sinistra salirà in alto verso la forcella dei Gai, per inoltrarsi nelle lande di Ramezza. Proseguendo a destra il pendio si libererà della fitta vegetazione sostituendola in pendio prativo. Ed è subito una sensazione di arcaico quella che avverto. In un prato d'incolta erba bruna dell'autunno le rovine d'una cascina che un tempo fu stalla, un doppio casolare che fu dimora, alti faggi che fanno da custodi e gendarmi, i resti di un' alta pianta crollata dal peso del tempo ora trasformata in un'opera d'arte contemporanea. Il prato rimane memoria delle umane attività. Solitario, abbandonato conduce una lenta e logorante battaglia con il bosco che inesorabile lo aggredisce. Mi aggiro nei dintorni. C'è una presa d'acqua, colonizzata da gracidanti rane. Più in là un poggio belvedere che spazia giù verso la valle, in alto su rupi inacessibili ed ambienti severi e complicati.
Sento che il tempo si dilata, una lieve brezza mi porta inquietudine, eppure questo luogo mi chiede con leggerezza di rimanere.

mercoledì 25 febbraio 2015

VIAZ AL COVOL DEI CAMAI

Sto arrancando in bici sulle rampe dello "Stelvio" di Vignui, quando mi si affianca Francesco che mi invita ad una passeggiata outdoor sui baratri di valle del Santo Martino. Fatta. Appoggiato alla fontana in piazza anche Taibi con il meticcio dal lucido pelo nero: Luna. Cane femmina di poche parole ma da zampe in spalla. Avesse un stelo d'erba in bocca parrebbe un rustego montanaro. Obbiettivo percorrere uno dei viaz che il buon Aldo de Zordi ha inserito in una sua recente guida per sciagurati camminatori da willderness. Unica cosa certa il punto di partenza: l'imbocco di un sentiero all'inizio di Pian dei Violini entro nel profondo della valle. Un tratto ben visibile poi...arrangiarsi. La guida ci aiuterà?! Forse; di tanto in tanto. Troppo complicato il narrarne il costante deflusso, non è ancora materia per navigatori con voce aggraziata femminile a far da timone. Si procede su tracce, erbe, affioramenti e roccette. Cespugli ed arbusteti sono sempre...tra i piedi. Si sale, si devia, ci si ferma, ci si consulta, cerchiamo delle conferme dell'oltre. Ma oltre c'è solo un muro di nebbia che sembra ridersela di noi. Superiamo vallecole, piccole forcelle. Ad un certo punto capiamo di dover andare dall'altra parte di una gola che sprofonda tra abissi e bancate di cui non si vede la fine...ma è tutto ciò che i vapori ci concedono. Finiamo in un canalone dove il proseguire diventa un azzardo, io provo a risalire su una rampata di declivio roccioso ma finisco annegato in una buca di foglie rosse di faggio, Francesco fa da palo per comunicazioni, Taibi cerca lumi sfogliando il manuale. Luna invece è già diretta lungo la dritta via come un esperto conoscitore del luogo. Ma dico abbiamo già la guida...basta seguirla no?! Passiamo ancora a ridosso di superbe pareti rocciose, qualche squarcio nelle nebbie ci rilevano luoghi di cui non riusciamo a focalizzare. Poi d'improvviso tracce di sentiero come dice la descrizione del libro...ben marcata. Forse il termine marcato ha diverse significati... Giungiamo comunque ad un sito conosciuto fra i cacciatori e frequentatori d'un tempo di queste solitarie creste : il Covol dei Camai, antro di sicuro riparo da piogge e nottate buie. Oltre ancora l'ignoto, stavolta tra una giungla di mughi contorti, radici aeree da foresta tropicale, intriganti cespugli da macchia mediterranea, tracce di ungulati che ci inducono a smarrire la via. Eppure riusciamo a riveder... non le stelle, ma una fitta abetaia con fantasmi di rovine d'antica malga. E poi giù a capofitto verso il paese che un raro momento di luce tra le brume ci svela.

domenica 2 novembre 2014

D'AUTUNNO SULLE VETTE

Schiocchi di merli, merli che si rincorrono. Nell'ancora penombra del mattino, una pavida luna tenta di trovarsi uno spiraglio fra le fosche nubi. Le ruote della bici corrono sull'asfalto in un camposanto di ratti, uccelli e porcospini. Entro in valle con le foschie che si pitturano delle porpore dell'alba. Si percepiscono sentori d'autunno, nel cadere lento delle foglie, nelle tristi e sussurrate melodie delle cince, oltre alla fresca aria che ti accarezza lieve. Le foglie tinte manifestano il declinare della stagione. Alzo gli occhi ed un groviglio di rocce , di cime "vietnamite", di foreste pendenti, si schierano alla vista là dove il sole riesce ad eludere la stretta sorveglianza delle tenaci brume, avvolgendole di luci e colori. Acclama i particolari rimandandoli esaltati. Nella parte bassa del bosco la luce diventa nebbia, i raggi fasci d'arte sublime. Più su in Ramezza i rossi dei faggi ed il verde intenso degli abeti si mescolano in un connubio di tinture...Nell'ascesa mi ritrovo a camminare fra una selva di mughi, inestricabile. Un tempo i boscaioli li tagliavano per tramutarli in oli per lumi. Ed il sentiero che percorro riporta alla mente gli sterratori che durante il grande conflitto tracciavano percorsi per i presidi di alpini intabarrati, atti alla difesa delle creste lungo la Linea gialla. Incespico in cespi che osteggiano il mio procedere nel mentre la nuvolaglia risale i declivi, diventando grigio muro impenetrabile e le rade fugaci aperture rivelano strette valli e canaloni che diventano orridi e baratri. Su dove la brezza smobilita le nubi regala giochi di guglie e pinnacoli ed aperti orizzonti blu.
E più su dove si fa vento sibilante, le spacca proiettandole in cielo in cumuli atomici ed aprendo finestre ad un sole caldo. Quando la via si fa più agevole cammino su cocci di rocce che fanno da sottofondo musicale, rilevando al mondo intero il mio passaggio. Supero i rilievi in cresta ed entro nel susseguirsi di circhi, che silenti, fra brume che vagano, luci che sfavillano. Mi sembra di avventurarmi in un girone dantesco in attesa dei dannati. Mi sposto solo, ammiro, cerco con lo sguardo vestigia del passato. Giù in fondo brune erbe rivelano tracce d'armenti, tracce di rovine raccontano atavici sudori. Lapidi invece narrano tragici eventi. L'incontro con altri escursionisti mi riporta al momento in cui vivo. Corro nell'ultimo tratto e giungo al rifugio che naviga solitario nelle nebbie fitte come un naufrago.

domenica 2 febbraio 2014

MONTE MIESNA

Me ne vado verso la meta in una domenica di fine gennaio esuberante di tepori primaverili arrivati troppo presto. Nei microclimi dove il sole deborda ed il vento si zittisce, già il tarassaco pittura di giallo i prati. La luce viene catturata e rilasciata esaltandola dove si posa. Così i fiocchi di viburno diventano batuffoli luccicanti di bambagia, le foglie d'edera traslucide, i piccoli rami si liberano di scintillii. L'acqua diventa specchio. I noccioli si decorano di peduncoli dorati pronti al primo soffio a vaporizzarsi in polvere di polline. Nel meriggio il sole scompare presto dietro il Tomatico, con i raggi che diventano fasci di luce nebulosa e la temperatura declina subitaneamente. M'incuneo nella strozzatura della Chiusa , qui dove il sole inutilmente d'inverno cerca una via e lascia carta bianca alle brine ed alle galaverne di affrescare fantastici paesaggi naif. Passo a lato della casa cinquecentesca che fu guardiana del soprastante santuario. Da qui partiva fino agli anni settanta la teleferica che ne riforniva di vettovaglie. Oggi invece sta correndo verso l' usura del tempo con vetri rotti e balconi sformati ed i grovigli di piante a lato sulla piccola altura oscurano i resti di una torre longobarda. Così va in Italia quando troppe sono le memorie, meglio...dimenticarle! Risalgo il monte là dove il fiume fa un'ansa a marcare la topografia del luogo. Intanto la linea d'ombra fissa il profilo del monte proiettandola sui pendii opposti. Si fa subito ripido il sentiero, da acido lattico; i declivi sono coperti da sassi e ghiaie di frana dove un fitto ceduo li colonizza. C'è un netto contrasto tra i silenzi del monte ed i rumori della strada di fondovalle col continuo passaggio d'auto. Poco più in su, una casera, sapientemente edificata oltre la linea d'ombra a godersi per più tempo i calori invernali. Due manufatti adiacenti, uno tenuto in vita da un provvidenziale restauro, l'altro trasformato in rovine saldate da tralci d'edera. Muretti a secco e castagni monumentali che stanno ad indicare il passaggio del tempo. Vado alla ricerca di un vecchio sentiero. Cerco nei files della memoria delle indicazioni. Ne trovo delle tracce, ma rovi, prugnoli e biancospini cercano d'impedirmi l'accesso digrignando le...spine .Poi anche i pochi segni s'eclissano tra passaggi caotici d'ungulati. Risalgo direttamente lungo un ruvido costone, dove il proseguire m'induce ad adoperare mani e piedi. Balze, piante rugose, rami spezzati erbe, affioramenti, muschi, passaggi sul filo del vuoto sono gli ingredienti del luogo. Poi in uno slargo di radura ricompare il sentiero. Lo riconosco e lo seguo a ritroso. Poi si perde ancora finchè il monte non restituisce resti di confine d'antichi possessi, in una depressione diventata camposanto di alte piante cadute a causa di copiose nevicate. In cima ad un'altura un'altana, ultima moderna frontiera. Più in là una strada silvo- pastorale, inno alla modernità. Basta salire all'alpe a piedi su ripido sentiero, oggi si va su comodo automezzo...!! Continuo verso l'alto, un po' per sterrato, un po' per antica via. Bucaneve puntinano il sottobosco con bianchi boccioli. Casere ristrutturate, terreno lavorato con bosco tenuto a distanza, vecchi carpini consunti dal tempo rimandano ad un tempo agreste quando la maggioranza degli abitanti del sottostante paese, quassù viveva nei mesi caldi affaccendati nel governo di pochi armenti, nello sfalcio, nel taglio di legna. Oggi aleggia un'aura di nostalgia. M'avvio e salgo alla cima, anch'essa aggredita da bassa macchia, nel mentre che il sole si cela dietro un fumaiolo di vapori che ristagnano in Lùsena. Sto qualche attimo a ricercare i prati che ormai non ci sono più ma che la memoria richiama nitidamente. Il vento soffia forte. Ridiscendo lungo una vecchia mulattiera abbandonata, un tempo parecchio trafficata , ora si riconosce il tracciato più per quello che ci sta attorno, l'arborea di viale, qualche resto di manufatto, con la vegetazione spontanea che recupera i propri spazi. Più in giù tagli di bosco che lasciano ambienti che sembrano mutilazioni da guerra 15-18, ed i sentieri che diventano discariche di ramaglie. Un susseguirsi di abbandono e  interventi predatori. I reticoli di sentieri sostituiti da conurbazioni di trattorabili che si spingono ovunque. A casera Cai il tripudio all'arroganza becera, specchio dei nostri tempi che ha chiuso con la millenaria cultura contadina. La mulattiera con gli anni s'è fatta sterrato poi nastro d'asfalto. La virgiliana radura, diventata bosco ed ora spolpata della parte nobile e discarica della parte non economicamente sostenibile a marcire. La casera, fatiscente cumulo di macerie, attorniata da tre vecchi monumentali alberi, cui la stessa la motosega ha avuto pietà, sembrano recitare il rosario in una camera ardente.
Largo al progresso!!! Si è scesi dal monte, s'è lasciato solo nell'abbandono e nell'oblio per anni, ora lo si risale a depredarlo con l'arroganza dell'insulto.

sabato 18 gennaio 2014

FORCELLA CIMONEGA

C'è poco rimedio alla canicola agostana anche ai Fonteghi, dove lascio la compagnia con cui sono arrivato in Primiero. Ne' fra le radure agresti, ne' tra i boschi fitti che mi portano fra le sabbie del Noana. Risalgo l'opposta sponda lesto, ed in breve il fondovalle è già ricordo in vista delle dolcezze da prateria di San Giovanni. Dirotto per breve via alle Caltene, dove gli spazi si liberano in aperti cieli che si acquerellano d'azzurro. Lascio le case di pietra e d'intonaco impreziosite da brocche di fiori ai balconi. Incalzo la valle di corsa dove il ghiaino sembra rombare. Essenze di legna spaccata e fumi di resina che si affrancano da reclusi comignoli, profumano delicati l'aria. Un ottuso cartello, consunto dal tempo, parla risoluto di proprietà privata come se il luogo si potesse ingabbiare. Ma qui questa landa celata, s'è cucita nel tempo oasi di pace, lontana dai fervori irredentisti italici e dalle regalità asburgiche. L'uomo dove ha messo mano ha trasformato la natura facendone poesia ed ora ne traspare letteratura ambientale. Cammino e corro sullo sterrato in una mescolanza di luoghi che si alternano fra natura e aie antropizzate. In alto oltre le cime di abeti, i monoliti di Cimonega, svettano bluastri nella lattiginosità mattutina. Da lassù scende ripido un canalone. Vado a risalirlo là dove non v'è valle, lungo un corso d'acqua dove non v'è acqua. Ma diventa la mia via. Solo per un attimo, fra sassi e intricati mughi, sentirò il loro scorrere, gorgogliante; fino a scomparire risucchiate nelle viscere oscure. La salita diventa faticosa. I massi grandi diventano sassi, che diventano brecce e più in su diventano sabbie, anzi un fiume di sabbie che faticano il cammino. Mi sposto a lato e sovrasto l'ansa tra bassi mughi e poi verzure colorate. Poi superbe pareti poste a guardia, imponenti. La ricerca di una via che porti oltre. La fantasia della mente che vede passare figure liberatesi dalle brume del tempo: sembrano loro che di qui scesero orgogliosi dopo aver scalato l'alpe ormai lontano nel tempo. Il Tomè, il Dal Col ed il Gabian con pastrano ed arma alla spalla mi passano accanto...il tempo di un'illusione. Abbasso lo sguardo e guardo i passi che mi portano in alto, accompagnato da un filo di vento, là dove le rocce si fanno cielo. Sono su, affaticato, alla Forcella Cimonega. Un groviglio di ghiaia, sassi, frane che disegnano le temperie del tempo profondo. E poi spazi che si liberano in panorami e respiri di libertà. Mufloni e camosci s'aggirano padroni dei luoghi, mi guardano con disinteresse. Mi fermo, chiudo gli occhi e guardo in alto con la vista delle sensazioni. Correnti calde d'Africa scorrono portando con sè grumi di nubi. Scendo giù verso il Pian del Re, dove il passo si fa corsa, tra sassi, erbe e mughi. Mi fermo e mi guardo intorno, e riprendo la via. Su oltre il Col dei Bechi e poi via sotto le crode del Sass de Mura. Calco il sentiero su erti pendii e vasti panorami. E poi sono già al Rifugio Boz . Una moltitudine di escursionisti s'appisola al sole, cede alle lusinghe del cibo, fotografa, si concede ad una pausa di quiete. Ed è già tempo di ritorno.

domenica 18 agosto 2013

PASSO FORCA

Morzanch, Zergnei, San Vetor Veses... chissà da quale antro della storia uscirono questi nomi! Passo oltre verso un luogo da parcheggiare per salire al Pas
so Forca a debita distanza dal più alto in grado da queste parti: il Pizzocco. Salgo per un vecchio tracciato fatto da mani d'uomo, dove i vecchi muretti di cinta si sfaldano, i rovi boriosi fanno giungla e le acque quando scendono scriteriate rimescolano il terreno. Più su si unisce ad un nuovo sterrato, che si fa più largo, dritto, svelto, fatta da puzzolenti bulldozer. Lavori fatti i primi da anni di zappa, di fatiche, l'altro dal tempo voluto dall'appalto. Una moderna croce di greche e latta riflette il sole mandandolo lontano. La chiesa di San Felice adagiata su uno strapiombo nel vuoto, fa da confine tra la bassa montagna e l'Alpe. C'è ancora fra i nuovi intonaci un dipinto di cavalieri medioevali che ricordano il Pisocco da Paterno, che da questi luoghi partì alla crociata in terra santa a combattere l'infedele. E ci addentriamo verso Val Scura, oggi chiara anch'essa in questa luminosità. Sotto a fondovalle, la riga bianca del Veses. In alto nitida in ombra protetta dalle rocce l'ampia sella della meta, sotto il solco precipite da risalire. Incrocio per un attimo una persona che dall'aspetto corre verso l'età attempata, ma oggi questo sentiero lo percorre lieve...Grande!! Da qui il tracciato dimentica il trasbordo quasi piano dalla chiesetta e sale ripido. Ripido da immaginare il sudore, a voi che leggete, che dalla fronte scende rigando il volto... ecco avete fatto un'istantanea della fatica... Ovunque le radici degli alberi si mostrano come nervi scoperti a rendere pubblico i loro umori. Avanti in fitto bosco ceduo, e di tanto in tanto qualche piantumazione forestale di peccio. Poi si libera d'essi e svela la maestosità del Pizzocco e delle cime di Valscura, e delle incombenti creste del Pievidur, nella lattiginosità mattutina. Il sentiero risale fra roccette inerbate, ed ogni tanto si espone in cenge vertiginose. Anche le acque precipitano in un grande salto fino a sfracellarsi in un basso catino, forse distratte dall' estasi del luogo.Continua la salita in salti di roccia, ghiaini, erbe taglienti; e per dirla in gergo ciclistico, in questo andare sono rasoiate che riempiono le gambe di acido lattico. Poi si scende in un bianchissimo impluvio. In un'altra escursione in tarda primavera lo avevo superato intrufolandomi nelle fauci di una slavina. Alzo gli occhi su un ennesimo salto di roccia, sopra una bastionata grigia e nessun segno di proseguio. Mi siedo su uno spuntone belvedere e placo l'arsura dei riverberi solivi di terra d'Africa, bevendo copiosamente da una gialla borraccia. Poi ad ogni curva nuovi scenari, l'immensità di pareti mastodontiche, ridda di guglie che s'inerpicano in cieli blu lapislazzuli. profumi di mughi ed odori di selvatico. Vorticosi canaloni, penombre in antri , piani inclinati d'un verde smeraldo, in alto aggetti cucce per falchi. Prima di inchinarmi al cospetto dei pilastri di Valscura, risalgo ripidi declivi aggrappandomi impunemente a rami di mugo ed a resistenti erbe: Poi sono spazi aperti verso l'agognato Passo. Lo supero, guardo oltre. Lontani i chiari atolli di Cimonega, i verdi scuri del Colsento, le rugosità di Cimia. Penso a proseguire, ma sarebbe un'altra storia, anzi sempre la stessa storia, dato che lo scorso anno sono stato diverse volte da queste parti. Mi fermo ascolto un silenzio che non sa di silenzi. Si riempie di note, il brusio d'insetti, i soffi del vento, il rumore d'un aereo in volo, il fischio d'un camoscio. E nulla è fermo, la brezza muove i rami d'un isolato larice, piega gli steli d'erba, un sasso rotola, rade nuvole scorrono in alto, il volo di un'aquila. Poi guardo in basso i costoni dei versanti dei monti si perdono nei colori delle brume. Un triangolo degli stessi ci mostra uno spicchio di Valbelluna. Poi per chi ama le discese non basta che..spiccare il volo!

martedì 13 agosto 2013

MONSAMPIANO

Risalgo il vallone per secoli via verso i piani alti da parte dei valligiani di Aune, ora pressochè  dimenticato, diventato terreno per temerari. Oggi una strada, deriva cementizia, entra ripida salendo in profondità tra le mattinate ombrose d'Orza e le albe solatie di Le Val. Fino a quando compaiono vecchi muretti a secco, anch'essi addentratisi nella caducità dell'esistenza, rimandano alla memoria chiusure di campivoli contro le intemperanti invasioni d'armenti. In avanti il sentiero sale stanchissimo, così ripido in pendenze proibitive da dissanguarti, camminando in una rilassante faggeta, da farne da contrappeso. Poi si libera mostrandoti imponenti troni di pietra grigia su sfondo blu cielo. Si scivola su ghiaione che canta. Alzi lo sguardo e pareti rocciose sbarrano la via in alto come diga insuperabile. Il verde, non più toccato da tempo da mano d'uomo, s'impossessa dei luoghi; cala un telo monocromo sui declivi, tanto da aggredire le balze prendendole per sfinimento come negli assedi medioevali. Il sole fa le bizze, entra ed esce fra le nuvole e le rocce. Intanto il sentiero, sempre più esile si contorce, s'insinua in meandri, si fa scala, raminga senza meta apparente. Mostra una veduta su Aune...penso a quel terribile agosto del '44 quando da quassù partigiani e gente fuggente del luogo, videro alzarsi lingue fuoco, rosse alte in cielo, fiutare l'acre odore del fumo. Le case bruciate dal rancore del nazifascista; belva ferita. Oggi c'è profumo di fiori che crescono in quantità industriale. C'è una baraonda di piante, di alte erbe di spuntoni litei, di ripidissimi canaloni, dove il botanico Zannicchelli nel '700 descrisse di orridi, nebbie fitte e temporali perturbanti dalle valli tedesche, di riposanti aie prative. Poi tutto si apre alla vista al Passo di Sant'Antonio. Da qui si risale lo Scalon per ripido intaglio munito di corde sul filo dello strapiombo...in terribil loco direbbe il nostro!. Poi di colpo ampi prati d'alpeggio e le tensioni di poco prima sono subito sopite, battuti da fresca brezza. E tracce, misere, fino a incontrare un sentiero, misero anch'esso, quasi mai calpestato dai GPS odierni. Su un mare di fiori gialli in Monsampiano. Un pastore all'uscio della casera. Saluto, imbocco la pendana, escono d'improvviso una moltitudine di cani neri, come l'inferno, strattonano le catene, s'aizzano, sembrano sbranarmi; Salto indietro e mi dileguo al loro latrare e via di corsa lungo la mulattiera quasi piana. E poi è Busa di Cavaren, di Caneva; fiori di ogni tipo da fotografare, da annusare. Cammino e corro...cammino e corro. Ho anche un piccolo tifoso, appoggiato alla vasca d'acqua sotto il ghiaione del Pavione, mi incita op...op..!!! Corro ancora mentre il vento fa il suo giro, porta ormai correnti fresche dimentico delle caldane del deserto di qualche giorno appresso. In alto vedo sulle creste piccole figure che si incontrano, che vanno e vengono verso l'alte cime. Si scambiano parole che l'aria mi porta giù. Passano e vanno, si perdono. Tra i calcari un gregge. Sono ritornate le pecore nel parco a dispetto di quegli ambientalisti che le volevano bandite, ma fa struggente paesaggio virgiliano. Un'ultima corsa e sono al Dal Piaz. Tanta gente. Poi una volata in valle e in casera dagli amici con una fame "esagerata". Soddisfatta!!!

giovedì 27 giugno 2013

DA 0 A 2000

Anzi da 274 a 2367 metri per la precisione fin su a Cima Dodici. Sono le cinque e mezzo quando m'invio ed il giorno è già fatto da un pezzo. Ogni sorta di volatile è da un bel po' che si prodiga in tenzoni canore. E già la caldera estiva, sbocciata all'improvviso dopo che il meteo ci ha ammuffito di infinite piogge primaverili e relegati tutti nei tepori domiciliari, si è ripresa la scena. Non è una giornata spettacolare quella che ci attende. Nuvole nere stazionano leziose ai bordi della volta ed i monti sono ingrigiti dalle foschie stantie. Vignui dorme ancora quando passo, mi accoglie il guaito d'un cane ed all'uscita l'abbaio scontroso d'un altro. I tigli liberano fragranze e lontano all'imbocco della valle mi saluta il raglio d'un asino. Entrato nella penombra della valle libero i garretti indolenziti da tanto asfalto, in una breve corsa. Il sole intanto si intrufola tra le fronde a rosare il sottobosco, mentre il fresco ristagna, quasi fosse ultimo rifugio per le correnti residue invernali. Salgo al Pian dei Violini, tra giochi d'acqua rumorosi, concentrato nell'andare. In breve all'interno dell'abetaia silente, in cui aleggiano sentori da saga nordica, il fragore dell'acqua si fa appena percepito, ovattato, viene sostituito da quello delle foglie calpestate. Intanto il tracciato si fa erto in una fittissima vegetazione e quando si sposta dà vista ad un'apoteosi di rupi, pareti fratturate, guglie, aggredite da tenaci mughete ed ostinate aie verdeggianti. L'opacità lattiginosa della luce in valle frantuma la sensibilità dei particolari. Il sentiero sembra non mollare mai, poi allo Scalon di Pietena, sotto le possenti rupi calcaree, anch'esso va in affanno. Suda, sbuffa, ansima, prosegue zigazzando, curva, si agita su pendenze rilevanti. Poi più in su il bosco si dipana e dà spazio a radure sempre più ampie. I prati si colorano di genziane blu cobalto, di ranuncoli tinti di bianco vergineo, arniche che rubano giallo al sole. Colonne di formiche in parata e flotte di insetti sostano su purpuree eriche. Intanto la Rocchetta e le cime d'intorno si intristiscono nel giogo carceriere delle nebbie d'alta quota. Poi dietro il costone appare Malga Pietenetta, le cui rovine s'ingentiliscono nei gialli delle fioriture. Gli alpeggi invece si interrogano ancora circa l'arrivo della primavera. In Pietena spirano correnti ancora intrisi d'inverno e nei restanti accumuli di neve è tempo di crochi e soldanelle. Sembrano salutare i viandanti i miseri resti di quella che un tempo fu dimora d'armenti e bovari. Fatico ad arrivare al Passo, sento l'ansietà dell'aria rarefatta. Raccolgo forze sopite e navigo a vista nel risalire i pendii ghiaiati: Mi fermo, riparto, sosto. Rifiato. Arrivo in cima e mi rilasso in panorami liberati. Giunge anche un altro escursionista fra l'intrico di questa montagna in sfacelo, che lentamente il tempo impietoso la distrugge regalando però un dedalo di scrigni preziosi. Un insieme di conche, ghiaioni, forre, aeree creste, rupi in bilico che si sgretolano al primo contatto, magico. Sembra scusarsi, l' intruso, dell'aver disturbato il mio attimo di quiete... Ridiscendiamo assieme, poi alla base ci separiamo, io proseguo oltre busa delle Vette fino al Rifugio dal Piaz, fra lingue di neve che non demordono. Una breve sosta ed -Alè!!- giù lungo le discese dello scalon delle Vette e poi ancora  il Pian dei Violini, i fragori dello Stien, i cani di Vignui, che nel frattempo s'è svegliato, ed ancora asfalto.

sabato 15 giugno 2013

FORCELLA DELL'OMO

Chissà cosa avrebbe pensato un valligiano, valicando la forcella, nell'incappare  uno sconosciuto armeggiante alla base del monolite che visto da Sagron serba fattezze d'uomo, tanto che il buon Dio ne abbia preso ad immagine e somiglianza? Con probabilità avrebbe bofonchiato un qualche tipo di saluto per proseguire oltre, salvo  fermarsi dopo un po' a controllare che non fosse un' allucinazione dovuta all'altitudine. Ma eccola qua! Decenni dopo, materializzarsi quella strana figura intenta a lavorare di cemento e cazzuola. Con berretto e flanella, abbigliamento più da green di Ascot che da tenuta dolomitica. Ha l'intento caparbio di far riemergere dalle brume del passato il legame tra queste comunità contermini. Paradosso dei tempi più invalicabile oggi che si arriva sulla luna,che nei tempi andati con cui l'unico mezzo di spostamento erano i piedi. Arrivano in tanti a presenziare all'evento. Chi montando dai piani eterni si affaccia alla forcella che sta più in alto ad oriente, che nel corso degli ultimi anni s'è abusivamente arrogata del toponimo, sottraendola alla legittima proprietaria; chi invece, più audace superando le ardite cenge delle aeree bancate dello Slavinaz. I celebranti la liturgia invece in mesta lenta processione salgono le erte della Valle delle Moneghe. Poi quando i convenuti si sono appollaiati sull'esile declivio, si dà principio all'evento. Con retorica istituzionale e  frasi fatte alla bisogna, si sancisce la rinnovata amicizia delle comunità della valle del Mis e di quella del feltrino. Medesimo destino un tempo fatto di fatiche, di vita grama, di silenzi, ma anche di realtà semplice, aulica. Qui era luogo d'incontro e di scambio fra le due diverse realtà. Oltrepassare questa linea era motivo di speranza, era ricerca di un domani che si liberasse dalle miserie. Passaggio di contrabbandieri, briganti, cacciatori, trasbordo o diga alle pestilenze. Oggi comandato dallo squillo di un cellulare sale il suono delle campane, lieve come una melodia uscita dal passato. Salgo rapidamente alla forcella superiore, da dove guardo i convenuti che pigramente lasciano il piccolo declivio, più trespolo per rapaci che sito da happening. Un lungo cordone in fila indiana nella linea d'ombra quasi a ridosso delle bancate rocciose, risale. Passano penne d'alpini, magliette variopinte, cani che s'annusano, giovani e baldi canuti; sudori e sguardi sublimati nello spaziare i panorami d'intorno. Fatti di cenge che tolgono il fiato, pareti diritte che s'inabissano in luoghi celati alla vista, praterie verdi d'alta quota, il grigio pallido delle rocce, nubi in cielo che ostentano il loro passaggio su campi blu. Ci si sposta in seguito, come branco di ungulati al di là di quelle verdi creste per ritrovarsi al campivolo di Erera. Qui seduti, sdraiati sul verde manto d'erba, uniti nel rincorrersi di  melodie irlandesi  e racconti di storia e storie, ci si sente uno nessuno e centomila.
Poi la via del ritorno, guardarla in controluce quale spettro del meriggio...che tarda e lascia un vuoto di silenzio....e tutto tace.

giovedì 12 gennaio 2012

AUTO


E vennero la 500 e la 600 che misero in moto tutta un'Italia intera. Si cominciò lo spostamento veloce da un capo all'altro della penisola, a cambiare rapidamente di luogo sbeffeggiando i ritmi passati. Poi arrivarono gli anni sessanta e settanta e le auto aiutarono a codificare anch'esse le categorie. La simca 1000 diventava auto da muratori, la R4 era cosa da falegnami; per gli imbianchini servirono Ford escort, taunus o la vecchia Anglia, capienti poichè dovevano trasportare lunghi bastoni su cui venivano legati pennelli col fil di ferro, auto di seconda terza mano. Le casalinghe di una certa età, che si liberavano di un antico modello culturale trovavano la loro indipendenza nella 126. I bellimbusti che già intravedevano i futuri eccessi del nord est esibivano con vanagloria la 131 supermirafiori. Come dicevano i Nomadi in una loro canzone "Quelli che erano adolescenti come me...avevano tre miti a quell'età: il sesso il socialismo ed il GT". Gli sportivi sognavano l'HF, mito dei rallies. Il rumoroso maggiolone talvolta era cosa da preti. Arrivava come un siluro la verde 850, senza la marmitta la si sentiva lungo tutto il tragitto a distanze "infinite". E poi la rossa prinz L o la scattante mini minor contribuivano ad alimentare lo zoo stradale. Poi con gli echi del maggio francese scesero assieme alla nouvelle philosophie da oltralpe anche macchine che divennero di uso e costume per i giovani dai pantaloni a zampa d'elefante, studenti squattrinati, in un tempo in cui cercavano un mondo libero da ogni sorta di tabù. Cominciarono a scorazzare Audi 8, la Diane 6 o la più gettonata 2 CV. Per coloro che ormai avevano fatto della loro vita la scelta on the road era pronto il floreale furgoncino 850. Mondo hippies in movimento. Da quelle macchine uscivano anche i nuovi alpinisti ed escursionisti, che sognavano un "nuovo mattino" di libertà e solitudine. Bagagliai che diventavano magazzini viaggianti di corde, ferraglia varia d'arrampicata, pedule, sacchi a pelo, coloratissimi ed estrosi indumenti, bottiglie con vario contenuto. Son passati tanti anni da allora, ora girano presuntosi Suv, arroganti gipponi che spianano le buche (dimenticando le sconquassate campagnole), il colore si fa uniforme sui toni del grigio. Grige come l'asfalto, grigio come l'atmosfera che ci circonda, grigio come il nostro presente, grigio forse come il nostro...futuro.

giovedì 5 gennaio 2012

FRAINA ALTA


Come esci dal bosco e ti affacci alla verde radura hai la percezione di entrare in un altro mondo. Di colpo i rumori della valle, le frenesie del mondo reale scompaiono. Hai la sensazione di tempo sospeso, i ritmi rallentano, lo percepisce sulla pelle. L'atmosfera è ovattata come quando cade la neve. Una dolcezza che strugge. Ti guardi attorno e ti vedi solo eppure è come se tutto intorno fosse vitale. Un mondo animato fino a pochi attimi prima ed ora fermo pronto a riprendere vita lieve. Questo mondo magico contrasta con l'attorno. Un ambiente ruvido selvaggio. Racchiuso da monti scoscesi, canaloni impervi, pendii irraggiungibili, balze rocciose che ti respingono. Anche i camosci sono impacciati nel muoversi. I rumori sono quelli emessi dalla natura. Il vento, il cadere della pioggia, il tuono, il mormorio delle fronde diventano padroni del luogo. Eppure se ti addentri nell'interno scopri i richiami del tempo. Il passato diventa presente. Riscopri passaggi di carbonai, falciatori, boscaioli, cacciatori. I sentieri non più calpestati compaiono, scompaiono, il bosco aggredisce le poche radure. Restano i nomi dei luoghi spesso irraggiungibili, dimenticati. Chi rammenta più laforcella Pollet, el covol de le segade, el col dei gai...Eppure quei sentieri portavano al di là dei monti, comunicavano con le valli attigue. Posi gli occhi sulle casere ed avverti la presenza di coloro che le abitavano, pensi che da un momento qualcuno esca, che ti inviti. Fai fatica a staccarti a lasciarlo questo posto, ti imprigiona come il canto di una sirena.

mercoledì 14 dicembre 2011

GUIDE "ALPINE"


E per primi vennero gli inglesi che inventarono il moderno turismo. Nobili ed aristocratici, scesero nel lontano ottocento ai solatìi paesaggi italici e scoprirono le bellezze dolomitiche. Ne descrissero i viaggi in reportages che diedero lustro alle nostre terre. Poi scritti di Brentari o di Castiglioni (per citarne alcuni) estesero alla conoscenza luoghi e scalate alpinistiche. Guide ormai introvabili che rasentano la "leggenda". Negli anni sessanta e settanta del novecento iniziarono le monografie, che vedevo belle schierate negli scaffali delle librerie, tascabili. Quelle del Cai, guide alpinistiche dei monti d'Italia o della Tamari Editori in Bologna, nei cui libelli venivano trattate per prime le alte vie a firma di (tra gli altri) Rossi, Brovelli Sanmarchi...Per quanto riguarda i "monti di casa" nel 1972 esce Le Alpi Feltrine di Bertoldin De Bortoli Claut...per me appassionato di montagna diventa da subito la "bibbia". Vi sono descritti, talvolta in uno scarno condensato di notizie, tutte le cime ed i luoghi dei monti feltrini con relatvi sentieri e documentazione di ascensioni. Da allora quel libro mi seguirà sempre, soggiornerà periodicamente in camera, in cucina, in sala, ritengo che nessuno abbia sfogliato quella guida al mio pari...In seguito usciranno volumi più specialistici, quello di De Zordi darà una rassegna più dettagliata sulle scalate, Lasen e soprattutto Soppelsa e Dal Mas nella più attenta e particolareggiata descrizione dei sentieri escursionistici. Ora forse si aspetta una nuova "frontiera" nella narrazione dei nostri monti. Mi piacerebbe che i racconti del mio blog ne fossero una testimonianza. Ne uscisse l'anima della montagna presa in considerazione, il suo genius loci. Il lettore venga coinvolto nelle sensazioni che il luogo trasmette. Sapere che salire il Forzelon è cosa ardita per i più (ad esempio) che sulle vette è da arrivarci nell'esplosione delle fioriture, ma soprattutto alla fine di novembre quando il sole è basso sull'orizzonte in giornate terse, nelle cui vallate sottostanti le nebbie nascondono tutto e quassù sferzano poche ma velocissime folate di vento gelido. Oppure camminare fino alla costa dei tei e capire cos'è davvero la wilderness...o comprendere appieno l'emozione che si libera quando arrivi in vista dei Piani eterni!!

venerdì 2 dicembre 2011

OLTRE 7000 m. DI DISLIVELLO (2^ PARTE)


Arrivato alla forcella mi lascio cadere a terra. Appoggio le mani agli occhi e sento nella testa vampate di fatica. Penso se sia il caso di proseguire, poi competo che in ogni caso devo scendere. Mentre consumo un magro spuntino decido di calarmi a valle poi si vedrà. Le nuvole si sono accoccolate stantie sulle cime, il grigiore sopravanza il blu della volta. Una manciata di tempo di riposo e riparto. Scendo deciso lungo le accidentate balze dei pendii. Un susseguirsi di roccette affioranti, macereti, erbe fiorite dove cardi dai toni violetti e gigli dalle tinte aranciate dipingoni i magri zerbi. Corricchio con fanciullesca baldanza e calo di quota come nei fotogrammi d'immagini cinematografiche accellerate. Le gambe hanno trovato un giusto equilibrio ed a proprio agio s'inoltrano nella faggeta che in basso si sostituisce all' erbato declivio. Mi ritrovo dopo circa tre quarti d'ora al bivio. L'amletico quesito "salgo o non salgo" s'insinua. Decido senza tanto ragionare di voltare verso l'alto. Ringalluzzito e rigenerato nelle forze ho l'impressione di non sentire gli affanni dell'erta. Dura poco l'improvvido sentore. Come le gambe se ne accorgono sono lamenti. Tutto il corpo propende per un rapido ritorno a casa, sogna un morbido giaciglio. Invece risalgo stimolato da qualche masochistico neurone lungo cenge e costoni ripidi e malignamente sadici. Il silenzio è rotto da leggere bave di vento. Cerco un andare che trovi un equilibrio tra fatica e resistenza. Le grige rupi ed i verdi penddii cercano di mitigare il proseguio. Vado avendo la sensazione di automa che esca dal proprio corpo. I rumori che percepisco diventano surreali divagazioni della mente. In alto le ultime rocce aeree che supero, la forcelletta che scavalco e svela un'ennesimo punto intermedio di arrivo riequilibria corpo e mente. Mi aspetta l'ultimo tratto di salita. Ritornare al Forzelon e poi verso l'estremità della busa delle Vette. Uno stanco incedere mi porta al Dal Piaz. Le cime, i profili dei monti, i colori, le sensazioni rinbalzano, sembrano estranee; le percepisco ma passano, non lasciano incanto. Oltrepassare l'ultimo passo diventa nulla consolazione. Poi il rifugio un caldo tè, diventa sollievo, diventa nuovo vigore. Riparto e m'involo verso la fine del viaggio a Croce d'Aune. Al termine incontro un'altro escursionista di ritorno. E' felice s'è portato a spasso i suoi oltre cento chili su fino al rifugio, ora guarda in alto con sguardo sereno. Penso al mio percorso oltre 7000 metri di dislivello, poco più di 10 ore di condensato di fatiche, gioie, sensazioni, dubbi, imprecazioni, corse, stordimenti... Ognuno ha bisogno di cercare la propria via.

mercoledì 16 novembre 2011

OLTRE 7000 m. DI DISLIVELLO ( 1^ PARTE)


Notte profonda scivolata via lenta senza portare sonno. Raggruppo poche cose nello zaino, mi gusto un caffè e via in sella della bici verso un sogno da concretizzare. Era da tempo che lo tenevo per me. Percorrere in sequenza i sentieri delle vette, salendo e risalendo più volte la scarpata oceanica. Alla prima salita gambe e testa all'unisono saltano giù dal ferrovecchio rosso, la bici non fa per loro. Risalgo l'erta verso Vignui spingendo a forza di braccia, mentre ad oriente la sottile striscia arancio pittura l'orizzonte. Nel risveglio del bosco si sfidano in melodiche tenzoni gorgheggi e canti, merli, usignoli, fringuelli, pettirossi in un crescendo musicale, amplificato da questo auditorium naturale. Oltrepasso il paese che dorme come fola di vento e mi involo verso la valle di San Martino. Appoggio nel retro della chiesetta il mezzo. In alto le cime riflettono le prime luci del nuovo giorno. Cerco un momento di concentrazione, come dovessi chiamare a rapporto tutte le forze per un ultimo controllo. Parto. Mi aspetta una prima salita di circa 1400 metri, su in alto fino in Ramezza. Mentre percorro lo sterrato disturbando il silenzio con i miei passi sul ghiaino, il sole pennella le cime di luce viva, passando di rupe in rupe, prima di scendere lento inondando i declivi. Il verde del fitto bosco, i colori dei fiori contrastano con l'azzurro del cielo. Salgo lentamente cercando di non disperdere le forze. In breve sono all'uscio di casera Ramezza Alta, davanti a me l'ampia forcella di Scarnia sembra aprirsi a ricevere il sorgere del sole. In controluce tutto diventa ombra nera d'attesa. I prati d'alpeggio sono pregni di guazza, le gocciole brillano. Salgo incontro al sole, dapprima strisciandone accanto poi frontandoci viso a viso là sulla forcella, luogo d'incontro di viandanti. Grappoli di gialli maggiogiondoli stesi a regalarsi la carezza di una calda brezza. Il cammino mi porta verso le mughete ed i contrafforti del Sasso Scarnia che qui si fanno idilliache figure fantastiche di guglie e torri. Una nube piroetta su esse in giochi infantili. Continuo a salire e le piante lasciano il terreno a esili prati, le rocce lasciano terreno a ghiaioni. Mi sento sempre più a contatto con il cielo. Ombre lasciate come scia dalle nubi che vanno aumentando e rubando pezzi di cielo. Raggiungo i circhi di Ramezza e via verso Pietena oltre piazza del Diavolo. Mi sento librare. Lo sguardo scorre agli ampi panorami che l'altezza regala. Altre volte si sofferma sul rosso di tappeti di rododendri, al biancore delle vertiginose rupi. E via verso un'altra meta intermedia e con lo sguardo scorrere ai luoghi che andrò a ritrovare più avanti durante il cammino. Prima del Passo Pietena scendo verso la conca passando, tra gialli botton d'oro, tra i pochi resti della Casera Pietena che resistono all'oblio del tempo. Ancora giù a Pietenetta, memoria di partigiani ed inglesi durante l'ultimo conflitto, e poi mi lascio trasportare in corsa dal zigzagante sentiero che s'incanala fra rudi e severi pareti grige, fino a scomparire nel fitto e finire tra i fatati abeti del Piano dei Violini. Qui indugiare un po' cogliendo l'occasione per rifiatare e ripartire verso altre altezze. Bosco fitto, ora. Pian piano le spavalderie della discesa, sono sopraffatte dalle fatiche dell'ascesa. Passi lenti, il sudore che cola lungo le gote, il respiro che si fa via via più affannoso. La salita che sembra via via interminabile. Le forze che si affievoliscono. Mi sento svenire, mi appoggio ad un provvidenziale costone roccioso. Mi siedo con gli occhi chiusi, sembra che tutto debba finire qui. Li riapro dopo pochi istanti che sembrano essere stati eterni, un cuscino di delicati fiori lievemente rosati sembrano messi per confortarmi. Riprendo forze, riparto. Su comincio a vedere di nuovo spazi che si allargano, prati d'alta quota. Nuvole che vagano e che si accalcano sulle cime. Un ultimo sforzo, arrivo al Forzelon...a metà della "scampagnata".

sabato 5 novembre 2011

PAVIONE


Ahi le dolenti note! Le gambe reduci da una gara di nordic stamattina si sarebbero volentieri girate nel letto dall'altro lato, ma la mente invece vola e giocoforza sono costrette a seguire...il capo. Le tante auto parcheggiate lungo la via di Croce d'Aune dicono che oggi s'incontrerà parecchia gente in quota. Nel primo varco del bosco l'abbaglio del sole è sparato negli occhi come un riflettore da terzo grado. Sui declivi si distende placido sui tono rossobruni di fine stagione e ne amplifica il volgere al desìo. Sulle rocce s'infrange di luce intensa proiettandone ombre scure, mostrando una lunga scia ininterrotta di chiaroscuri. Risalendo il sentiero è una mescola di colori, rosso mattone dei faggi, giallo di aceri e larici che si cambiano d'abito, verde intenso di abeti che si spingono il più in alto sui declivi a rincorrere il cielo. E poi quello quadrettato di nostalgiche flanelle anni settanta, a variopinte felpe, a tecnolociche moderne giacchette. In cielo lenti si spostano cirri arabescati. Poi quando i panorami si svelano nella loro intierezza, un grande mare bianco cela tutta la valle. I monti in penombra sembrano isole galleggianti, tagli scuri onde da cavalcare, altre s'infrangono sulle rupi di scogliera, l'astro irrora le nebbie. Supero parecchi escursionisti, supero anche il rifugio Dal Piaz e dirigo la barra verso le alte creste baciate di sole. I giochi d'ombra nella Busa delle Vette metteno in risalto le doline che assomigliano a testimonianze di bombardamenti naturali. Un lago fa da specchio al monte vanesio che s'affoga riflesso. Sulle creste un gruppo risale lentamente la china, lunga processionaria. Li raggiungo, li supero mentre discutono sulla grandezza del creato. Nell'ultimo tratto sento le gambe mugugnare, dò loro qualche attimo di rifiato sostando. Poi la cima dà un esagerato sbalordimento di sensi. Monti che si perdono inseguendosi, creste viste d'infilata che si disperdono nell'orizzonte, colori dei monti bluastri che si smarriscono nelle foschie di luce, l'oceano bianco delle nebbie che s'espande lentissimo. Le nevi sulle cime preparano comodi giacigli per le prossime e future. Aspetto l'arrivo degli altri che disperdono i loro sguardi negli immensi spazi, ricercando cime da poter nomare, accostandole a ricordi passati. Ridiscendo involandomi lungo il ghiaione con chiasso di cristalleria, muovendo le schegge di roccia. Poi ripresa la mulattiera cammino tra zone d'ombra dove i pendii sono casa di spogli scuri salici e larici liberatisi delle foglie d'ago, accompagnati da un'intrigante lieve brezza di tramontana. Là invece dove il sole insiste rimangono le erbe tinte ancora di verde restie a colorarsi di bruno. Infine scendo mescolando colori e fotogrammi in un rapido susseguirsi.

mercoledì 26 ottobre 2011

BUS DEL CAORON


Ormai in valle, madre natura sta liberando le sue energie nella sublime arte della pittura, ingentilendola di colori giallo e rossi intinti nelle terrre brune e rilasciati in mille sfumature diverse. Il lago dalle acque ferme, salvia, è scarabocchiato da una scia scura di terra e foglie sospinta lenta dai fluidi. Una pioggerellina fina d'autunno si posa sul volto come delicati spilli. Immmergersi nel bosco che rammenta la pioggia nel pineto fa materializzare fra i vapori e l'intrico, il vate e la diva che si rimandano versi. Poi come un eco si disperdono erranti e leggeri, silenzioso battito d'ala. Immagini reali si sostituiscono a pensieri immaginifici. Poi d'improvviso retorico "urlo sotto il maestrale". Un rumore sordo che si fa via via più possente. L'onda biancheggiante rimbomba nel fitto. Scorre svelta dopo essere stata vomitata dalle viscere d'un antro terribile e dopo breve vita si getta nel lago a placare la propria irruenza. Intanto i colori, le rocce, le nebbie, il cielo, si amalgamo e si frantumano esaltandosi e negandosi effimeri e mutevoli.