tramonto

lunedì 18 luglio 2011

TOUJOUR LE FORZELON


Lo sapevo che prima o poi ci sarei ricascato, anche se ho spergiurato che non lo avrei mai più fatto in salita. Lo avevo sfidato sotto un solleone agostano nel momento massimo della calura, con il sole che picchiava come un boxeur dopo avermi messo all'angolo, un sole psicopatico. Questo è un sentiero tosto, duro, carogna, presuntuoso, arrogante, va per le spicce, è un padre padrone, nulla ti perdona, di sicuro non ti coccola, se ti fermi si spazientisce, ti considera men che niente. L'unica cosa che puoi fare è domarlo. Dal ponte sul Colmeda, le cui acque scorrono con alto chiacchiericio alzo lo sguardo, sta lassù il despota 1150 metri più in alto, seminascosto dalle nebbie vaganti. E' un'ampia sella che migliaia di anni fa vomitava gli umori dei ghiacciai. La mattinata è umida sa di sapore settembrino. Il silenzio della valle è rotto da poderose martellate e da sfrigolii di lamiere provenienti da una casera nascosta fra la folta vegetazione. Un capriolo, inveisce con voce sgraziata; sarebbe da consigliarli una logopedista. Un greto ghiaioso bianco da l'idea di lavorar più di qualità che di quantità. Le alte erbe, che raccolgono tutte le linfe della notte sono ubriache di guazza. M'imbombo le scarpe e le gambe. Ciclamini deliziano il bosco. Sotto i covoli, dove i nostri avi antelucani si riparavano pascolando gli armenti, gorgoglia un rivolo d'acqua. Più su un bivio, si prende a sinistra, in piano. Saranno gli unici dieci metri di piano! Mi si para davanti un muro invalicabile di nebbie e di oscura selva. Un file recondito apre una finestra e mi avverte laconico che inizia la salita. (Perchè finora cos'era...) Voila le Mùr!! Se chiedi ad un escursionista di accompagarti ti dirà che in estate preferisce andare sulle Dolomiti ed in inverno...che c'è la neve...Il sentiero sale scaltro a zig zag, ringalluzzito da giovanili energie. A mezza via il sole fora le nubi come per un beffardo avvertimento. Fra le radici di un grosso abete nemmeno il viottolo sa dove andare, s'inpenna, si verticalizza. Passo vicino ad un formicaio enorme, un cocuzzolo pieno di frenesia; tutto un via andare di nere formiche. Usciti dalla faggeta, si fa trasversalmente una cengia, anche il sentiero ha bisogno di rifiatare. Ma come arriviamo sul bordo del costone si riprenderà, data la pendenza, a mo di scalinatà. Nella brezza che fa tremolare le foglie e movimentare le nebbie, risalgo l'erto crinale stretto, i pendii traboccanti di variopinte fioriture precipitano ripidissimi. Esco su un belvedere riesco a vedere un mugo arpionato alla roccia, poi intuisco un costone più in basso e poi il nulla. Ci mancano gli scheletrici alberi secchi sgusciare dalle dense foschie, per rendere macabro e angoscioso il proseguio. Il sentiero continua imperterrito per balze, cenge, scalinate su roccia e su erbe viscide. Traversa pendii instabili, poi rifugge su canali franosi fra minacciose pareti. Alla fine ti prende per sfinimento e lo segui arrendevolmente. La fitta bruma ti fa intravedere ombre che non riesci ben a decifrare. Poi quando ormai disperi ti trovi a varcare l'agognata sella. Ed il sole coaudiuvato dal vento Matteo di buzzattiana memoria, scrolla la nuvolaglia e se ne esce strafottente. Me ne ritorno scendendo lungo un fiume di fiori dal color lilla per un altro tragitto, ma questa è un'altra storia, un altro racconto.

sabato 16 luglio 2011

ALTA VIA DEL GRANITO (2^ parte)


Mentre lasciavo le nari farsi accarezzare dalla fragranza del caffè il rifugio si è animato dall' arrivo di un gruppo di alpinisti. Lascio la compagnia dopo una sosta appagante di una ventina di minuti. Scendo verso il corso d'acqua e superato un rustico ponticello mi fermo per un "lauto" pasto...due fette di pan carrè con sottilette. Alla fine sarà l'unica cosa che mangerò durante il tragitto. Si punta risalendo il bosco di conifere alla volta delle Buse Tedesche. Ritrovo subito il giusto ritmo che rapido mi fa guadagnar quota. Giungerò risalito una valle boscata in " terribil loco" che reca un nome che è un programma: i Laghi dell' Inferno. Quella conca dove si mescolano in un amplesso massi, arbusti, acque che sa di averno dantesco il tempo sembra fermo. Le acque dal fondale scuro e pietroso ti attirano come un magnete...meglio ricercar una diritta via! Ascendo verso una sovrastante baita dove incappo in un gruppo che risale stancamente a mo' di serpentone. La combriccola é guidata da Fabrizio Bellucci di Zainoinspallache fa da capobranco. Sono sulle loro tracce dalla partenza. Raggiutili mi lascio andare ad un "dottor bellucci I suppose". Ci fermiamo un po' più in alto dove la salita si fa meno erta. Con un po' di sceneggiata consegno la fotocamera allo sbadato escursionista, faccio un tratto di strada assieme e poi nell'apertura dei mondi alpestri delle buse tedesche saluto l'andamento lento del gruppo vacanze zainoinspalla. Cammino sull'ennesimo tracciato militare. Mi vien da pensare che la prima guerra è durata tanto perche si son fatte strade ovunque e che le battaglie venissero combattute nelle pause di lavoro. Rododendri dappertutto. Lo sguardo non è mai sazio di panorami, di scorci, di particolari. Si va veloci, il procedere non è difficoltoso in quota, pochi i dislivelli. Un tratto di ghiaione, un ultimo sguardo alle conche ampie delle buse todesche roccaforti austriache e scollino nelle rocce metamorfiche alla forcella delle Buse todesche. La viabilità si rafforza con bordatura a valle e massicciata di muri a secco a monte. Intanto si apre un'altra valle, altri panorami e svoltato l'angolo il Cima d'Asta si sublima nella sua possanza. Un lungo passeggio a fil di cima tra ghiaioni pietrosi e rododendri. Il monte che supero è bifronte, da un versante fatto di rocce metamorfiche, dall'altro granitiche, come se un uomo fosse mezzo bianco e mezzo nero. Comincio ad incontrar sempre più escursionisti, sono lontane le solitudini del primo mattino. Scendo verso oriente calamitato da uno specchio blu che diventa oggetto del desiderio. Entro in un'antro della roccia, postazione militare, per guardare lo spicchio di visuale con occhi diverso. Mi ritrovo al bordo del lago, a forma di cuore. Leggere increspature lo rendono vivo, le nuvole che si specchiano ballano. Poco sotto ...forcella Magna...difatti ci sono avventori con luculliani panini in mano nel crocicchio incontro di sentieri. La mia freccia mi indicata che la mia via sale su...(le altre indicavano vie più allettanti!). Va beh. Risalgo su una strisciolina di sentiero a zig zag sul costone nudo. Pervengo ad un bivio, entrambe le vie mi portano alla successiva meta. Chiedo informazioni a tre personaggi che arrivano, se proseguire per la ferrata. Sono inglesi. Io parlo poco più di un acca d'inglese, loro un italiano da penisola britannica. Mi attardo un po' nel prendere una decisione, poi li seguo. Li riprendo e mi lasciano passare su un tratto ferrato. Il sentiero diventa via per capre tra rocce e ghiaioni. In senso inverso scendono delle persone ed una signora chiede se per caso ho visto un cellulare che perduto cercava disperatamente...E chi sono io il cercatore di oggetti perduti?... Continuo con fatica su brecciame appuntito, sento uno strano soffio, guardo; è una vipera in fase difensiva. Resto immobile. Va lei o vado io...Va lei, risoffiando striscia sotto le pietre. Poi davanti a me uno strapiombo di roccia. Lo si deve superare salendo su pioli di ferro. La stanchezza comincia a farsi sentire, risalgo gli artificiali appigli con estrema cautela e come esco sul soprastante crinale ne ho sollievo. Altra sosta sento le forze al lumicino, provo a mangiare. Con fatica ingollo mezza pastina. Arrivano gli inglesi. Ci facciamo un gran discorso. Ad ogni parola vedo la mente che va a sfogliare il dizionario ed i libri di testo, così fan loro avvantaggiati dal fatto di essere in tre. Alla fine li guardo e sorridendo sbotto in una surreale commento -my english is wanderful!!!- oh yes loro di rimando, mentre ripartono. Sosto ancora un po'. Riprendo ma con fatica, mi fermo più volte, quindi su ancora su "simpri su". Oddio quanto manca a veder la fine de 'sta salita. Poco manca poco, i miei nuovi amici sono là seduti che si sbaffano una birra con british eleganza. Un gesto di offerta , alzo la mano come di ringraziamento, saluto sempre in mimica e mi precipito lungo il pendio a peso morto. Intanto la poderosa parete della Cima d'Asta si svela nella sua essenza, sotto il lago blu intenso ne fa da specchio narciso. Veli leggeri di nuvole vanno e vengono si trasformano in pennacchi che salgono, in corpose nubi che scorrono, in fumaioli ballerini, scompaiono, nascondono la cima, la esaltano. C'è un via vai al rifugio Brentari di escursionisti, dall'interno escono note di un coro di montagna, chi in piedi si gode il panorama, chi seduto si abbuffa in un panino. Bevo ingordo dalla bottiglia di te, poi riprendo il cammino stavolta verso la fine del viaggio. Seguo una linea dritta lungo le placche lisce di granito senza degnare il reale tracciato. Scendo sicuro e quando la pendenza si fa più cosistente adeguo il corpo ad una posizione baricentrale...più da seduta. Corricchio nella parte bassa attento alle pietre taglienti come pugnali se scivolo sono infilzato da quelle lame litiche. Poi il bosco di larici ed una strada forestale mi riporta alla base di partenza. Totale circa 10 ore di viaggio fra le meraviglie dei lagorai. Due fette di pan carrè con sottiletta, una mezza pastina e un litro di tè il mio sostentamento.

venerdì 15 luglio 2011

ALTA VIA DEL GRANITO (1^ parte)


Men vo' che è ancora notte fonda. Sfilo via veloce fra le rotatorie infiorate del centro cittadino illuminate dalle "lampare". Un gatto attraversa la strada come un razzo rigorosamente sulle strisce pedonali. Incrocio qualche auto che sta ritornando a casa forse da una notte brava. M'imbuco, poi, nell'oscurità nella valle della Senaiga da cui compaiono dalle tristi brume del fondovalle le solitarie case di Chioè, su strada d'asfalto che sa d'antan, di buche e di curve strozzate. Poi si varca in Trentino s'allargano le corsie, s'allarga la valle, il paese di Roe dorme placidamente, allegro. La strada cammina alta, a destra s'indovina la valle che sprofonda, s'inabissa oltre la vista verso le viscere della terra. A Castel Tesino un semaforo rosso t'induce a fermarti, sembra dirti di non disturbare l'ultimo sonno dei dormienti. I lavori stradali rimandano verso vicoli stretti nel cuore del vecchio centro montano. In un incrocio indugio nel proseguire, compare come da copione un' auto (posto giusto al momento giusto), il manovratore mi toglie dai dubbi e son libero da proseguire spedito fino all'agognata malga sorgazza da dove "calzato" lo zaino varchèrò nel mondo silente dei Lagorai.Mi fermo un attimo sulla strada dove m'informo su un paletto segnaletico, m'indica senza tante parole la via. Guardo nella direzione da prendere, chiudo gli occhi, m'inebrio in un respiro profondo...parto, si va, ce ne sarà da..."pedalare". Un gallo canta, manco fosse un tifoso che m'incita.Una lieve luminosità fa da preludio al nuovo giorno. Prima di infilarmi nel bosco scorro in alto con lo sguardo verso il cielo; piccole stelle brillano insieme a nubi scure minacciose. La vista corre verso la massa scura del Cima d'Asta, una formazione mefistofelica la tiene segregata. Il sentiero è curato da poco, falciate le erbacce e tagliati i rami bassi degli alberi, cammino d'istinto nella flebile luce che sale. Proseguendo m'accorgo che è una massicciata ben disposta probabilmente un'opera militare. Ne trova conferma più in alto quando chiari manufatti escono dalla vegetazione, paletti di cemento fanno da paracarri e postazioni artificiali si svelano con didascalie. Vengono chiamate finestre e puntano lo sguardo truce verso i costoni orientali da dove una luce aranciata rivela l'aurora. Sobbalzo ad un improvviso verso che riempie l'ombra. Un rumore scende verso il bosco, poi abbai ripetuti di un capriolo, gli faccio eco, riprende con ulteriori abbai sgraziati. Il suo fare è insofferente, nemmeno l'avessi svegliato nella fase rem. Intanto esco dalla vegetazione e s'allargano ampi spazi. Il colore più intenso lontano ad est indovina dove si leverà il sole, il cielo s'incendia di rosso. La luce s'infrange nella bruma e ne rimanda un velo soffuso. Sembra di trovarsi in un quadro da trompe l'oil. Leggere nuvole rosate vagano fra le cime di Costa Brunella baciate da primi raggi. Intanto in alto la bianca diga si para come una forma d'arte contemporanea. Ci arrivo con il sole in fronte. Mi soffermo a guardare in basso il lago artificiale in cui si specchiano i monti sovrastanti. Le acque ancora scure aspettano pazienti che il sole si tuffi. D'intorno l'esplosione delle fioriture di rododendri, i massi granitici, il verde dei pendii, in una simbiosi naturale t'incantano come in un mirabile giardino. poi le rocce squadrate, le gulie le cime che sembrano lavorate da una mannaia, i grossi blocchi, le mille pietre rimandano a scene cinematografiche apocalittiche. In uno degli infiniti laghetti lo sfregare dei raggi appare come lo sfavillio d ipulviscolo dorato sparso dagli elfi prima di svanire nel nuovo giorno. Un sibilo lacera i silenzi d'alta quota. Una marmotta ritta zulle zampe averte dell'intruso. Di tanto in tanto con la coda dell'occhio vado alla Cima d'Asta. La mefistofelica persiste, poi come d'incanto mollerà l'ormeggio. Arrivo col giorno fatto a Forcella Quarazza. Al di là un'altra valle. Sa di silenzi, di spazi estesi. C'è una magia sospesa, rassicurante, lenta. Proseguo alto sulla valle. Mi giro ed in controluce la corona svela immagine fatate di manieri in rovina. Abitazione in castelli magici che rimandano e intrappolano la mente a fiabe incantate. La luce che filtra evapora, il sole s'incunea in una fessura e ne sboccia come un diadema. Poi un'altro passaggio in quota: il forzelon di Rava. Dal basso salgono belati. In alto una ridda di creste che sforano il cielo. Sto attento alla via giusta, un reticolo di sentieri ti porta all'errore. A meridione la scarpata asiaghese si perde nella velatura delle nebbie. Respiro la solitudine del luogo. Giù, sotto rocce poderose, dorme placido nelle ombre un lago. Si riflettono nel blu le rocce e si muovono nella brezza come in un tremolio. C'è una spiaggia di casta sabbia. Nessun bagnante ha il coraggio di sdraiarsi qui. Il tempo ha perso il suo valore; mi ritrovo alla forcella Ravetta. Una croce monca,
storta, consunta dal tempo rimanda a lutti lontani nel tempo. Intanto a settentrione fa mostra di sè la lunga catena dei Lagorai, dalle rocce brune e dai dolci pendii verdeggianti. Calo lungo la discesa ghiaiata verso il rifugio Caldenave, supero una lingua di neve, poi scorro in un bosco di larici, a lato di un torrentello che via via si fa più bandalzoso fino a gettarsi nella piana verde e proseguire in un sussurro lungo un meandro. Cavalli pascolano nell'aria riflessa dai raggi. Trovo una fotocamera smarrita da un improvvido escursionista. Mi fermo al rifugio per un caffe ristoratore.

mercoledì 29 giugno 2011

PIAZZA DEL DIAVOLO

Fra le nebbie che adipose riempiono la vallata, s'indovina un cielo sereno. Ma qualche gretta nuvola vaga intenzionata a reperire un comodo giaciglio su cui appollaiarsi. Ed allora sognarsele viste su panorami da cartolina. Esperienza m'insegna ch'è meglio cambiar meta. Salgo così verso il rifugio Dal Piaz. Luogo anch'esso propenso a calamitare nuvolaglie varie. Ma almeno ho la possibilità di scegliere un itinerario per camminare, visto che ce ne sono a iosa. M'inerpico velocemente lungo il sentiero lasciando scorrere i pensieri. Gli occhi s'impegnano a scrutare su verso le vette baciate dai raggi del sole o giù verso valle dove le nebbie come panna montata stanno ancora stazionando. Al rifugio Anna è indaffarata ai tavoli ad apparecchiare per un nutrito gruppo di aitanti atleti che arriveranno cavalcando biciclette. Il tempo di un caffè e riparto verso la Busa delle vette. Dal crinale scende con andatura meditata una figura che mi par familiare, poi quando ne intravedo la bianca capigliatura tutti i dubbi sfumano. E' Giancarlo che al passo manco s'arresta e risale lungo il crinale opposto. Lo seguo su fin al Col Cesta dove finalmente si regala un momento di pausa. Grigie nebbie intanto rimontano lungo i canaloni tanto da celare l'orizzonte. Ci salutiamo ed imbecco la via che volge ad oriente verso Pietena. Fra gli alpeggi stanno esplodendo le fioriture che fanno imbaldanzire i botanici per la ricca varietà e per la bellezza.E davvero i verdi declivi sembrano innevati di bianchi narcisi od indorati di ranuncoli, di botton d'oro,di ginestrini. Inoltre sanguinei rododendri stanno sbocciando, soldanelle tremano nella brezza, genziane e genzianelle sembrano riflettere l'intensità blu del cielo, petali di gigli paion aver strappato pezzi di purpureo tramonto. Sono tanti tantissimi, dipingono i bianchi rudi ghiaioni, riempiono il sentiero che ti vien di non procedere per il timore di pestarli. Avanzo, oltrepasso il passo Pietena, proseguo quando la nebbia risale lenta. Con tentacoli di piovra va ad annusare gli anfratti, poi sospinta da poderose folate va a gettarsi oltre le creste, oppure va a stazionare nelle conche. Poi svanisce all'improvviso. Cammino ora là ove alligna il maligno, la Piazza del Diavolo!! Un cerchio magico di verde prato circondato d'attorno di massi. Là il demone scacciato dalle valli sottostante in preda ad un'ira luciferina, con una pedata aveva disintegrato un'intera montagna e tutti la roccia s'era disfatta in una miriade di pietre che s'erano fermate a cerchio. Tenendosi a distanza dal demonio avevano formato questo tondo. Ma qui le paure , le angosce, le immaginazioni religiose che s'erano strascicate dopo il Concilio cinquecentesco di Trento vi aveva dato dimora a streghe e fattucchiere, luogo di saghe ed orge, posto dove regnava sovrano il maligno, sito per gatti neri,corvi,civette...luogo che al solo pensiero ci si faceva il segno della croce, si recitava il rosario come andidoto qualora la malaugurata sorte avesse voluto farvi trovare nei paraggi. Immerso in questi pensieri mi accorgo di essere fuori dal sentiero, ed a vagare fra i massi con la nebbia fittissima. Non ho modo di orientarmi. Mi sposto d'istinto. Un po' rido, un po' mi angoscia la situazione in cui mi sono cacciato...Il vento sibila strano, sembrano voci lontane...Poi dell'erba verde, la nebbia svanisce d'incanto, un cuculo canta...Tiè!! Sono nel mezzo del cerchio, mi guardo intorno e penso che ...è meglio andare. Ritorno verso il rifugio, le nuvole e la nebbia ormai hanno preso il sopravvento sul sereno del cielo, anche la temperatura si è un po' abbassata e la maglietta bomba di sudore dà fastidio. Col passare del tempo la nebbia s'infittisce ancora tanto che la sagoma del rifugio riesco a vederla quando sto per sbatterci il naso. I ciclisti stanno facendo gli ultimi preparativi per la discesa. Ho la sventurata beota idea di lanciar loro la sfida a chi arriva per primi al passo di Croce d'Aune che sta 950 m sotto di dislivello. Accettata. Si parte, io naturalmente mi lancio lungo il sentiero,loro per la carareccia. Correndo mi sento risucchiato dai pendii, mi volto poco dopo, la nebbia non mi dà modo di vedere, ma sento stridii di freni. Tratti di strada , di sentiero, di tracciato su punzute roccette, poi bosco, fitto,radure, ancora bosco e strada sterrata e sono giù. Il sudore cola dappertutto, il fiatone si assesta, mi appoggio all'auto per un attimo di riposo. Trascorre il tempo, mi chiedo se sono già passati, aspetto, i primi passeranno veloci facendo cantare il ghiaino dopo circa 10 minuti....Evvvaaiiii!!!!!

mercoledì 6 aprile 2011

COL DE LA TOR


Quando ho sentito questo toponimo mi sono incuriosito. Questo tipo di nomi in genere venivano date a formazioni naturali (tipo rocce) cche rimandavano col pensiero a costruzioni difensive oppure a qualche sito che avesse a che fare con scopi "militari". Il luogo comunque desta interesse in quanto è un piccolo avancorpo del lungo costone delle Cicognere che scende ad occidente verso la sottostante Val Canzoi. A vederlo da lontano si nota appena, entrando in valle invece denota una propria "personalità". Nella scarsa e lacunosa documentazione s iparla di un antico fortilizio posto su un impervio cocuzzolo di cui rimangono lacere murature. Reperti trovati: due monete romane, vari frammenti di oggetti di terracotta e vetro e di una tomba ad inumazione di cui rimane la lastra di copertura. Val la pena di salire e cercare di capire l'importanza del luogo. La zona la conosco bene poichè nel corso degli anni ho percorso varie volte le due valli che il costone fa da divisione, ovvero la val Fosserla a nord e la val Caselle/Laste a mezzogiorno, cercando di conoscere tutto il reticolo di sentieri che ci sono. Lasciata l'auto nella strada forestale che si spinge oltre Cullogne, mi invio lungo il sentiero dell'anello della Val canzoi. Sbaglio, avrei dovuto salirepiù in quota. Non importa, proseguo fino ad aggirare il nostro crinale ed una volta raggiunta la Val Fosserla m'inerpico lungo un canalone finchè raggiungo il viottolo superiore, rientro nell'altra valle e finalmente mi ritrovo nella "diritta via". Salgo nel bosco fitto dove un piccolo branco di mufloni mi segue con sospetto. Raggiungo un casera e poi su tracce mi affanno a congiungermi col sentiero ripido che mi porta verso la meta. La raggiugo alfine e mi trovo su un piccolo esiguo crinale che si protende in avanti rompendo la linearità del costone separandolo mediante una sella. Sotto ripidi affioramenti rocciosi fanno da base. Beh il fortilizio deve aver avuto delle dimensioni assai ridotte... probabilmente si trattava di un piccolo manufatto in muratura e legno che serviva da riparo alle vedette. Si scorgono pochi resti murari e la fossa della probabile tomba. Il luogo invece probabilmente serviva da triangolazione visiva tra il passo Finestra da cui si accede al Primiero; un tempo confine tra mondo germanico ed italico e la vallata bellunese, oltre che a controllare a volo d'aquila la sottostante val Canzoi. Con probabilità qui passava anche un tracciato che metteva in comunicazione il paese di Cesiomaggiore con l'interno della valle, sentieri che pian piano stanno scomparendo per l'abbandono. Purtroppo testimonianze che perse fanno dimenticare un tempo ed un mondo vissuto.

giovedì 10 febbraio 2011

PRIMI SALITORI DELLE VETTE FELTRINE "ZANICHELLI"


Noi contemporanei siamo assillati dall'essere il primo... il primo uomo ad arrivare sulla luna, il primo a conquistare una vetta, il primo a correre sotto una fatidica soglia di misura del tempo, il primo ad inventare una formula il primo di... e così di seguito. A qualcuno si attibuisce di essere stato colui che prima di ogni altro abbia raggiunto un obbiettivo, ma in seguito si scopre che qualcuno ci sia arrivato prima di lui. Chissà quante saranno queste circostanze. Sarebbe giusto dire che è soltanto un'isteria dei nostri tempi. Ma stando al gioco e cercando di dare un volto a chi possa essere colui che per primo ha camminato sui monti feltrine, si potrebbe azzardare che fu un cacciatore a seguito di spostamenti delle sue prede. Poi nei tempi seguiranno pastori,raccoglitori, e via via " prototipi" di migranti ante litteram, contrabbandieri, genti che sfuggivano alle guerre, delinquenti, persone senza volto, di cui la storia mai ne farà menzione. Nessun scritto, nessun documento ne produrrà uno straccio di nota per le genti a venire. Finchè qualcuno non lascerà qualche annotazione. Fu così che i "primi" ad essere considerati tali divennero i botanici come Antonio Tita a cavallo fra il 1600 e 1700 che fu direttore dell'Orto Botanico dell'Università di Padova. Oppure di Gian Girolamo Zannichelli che ascese alle vette nel 1742 e riportò a valle 135 esemplari di vegetali. Lasciò anche una curiosa descrizione di quella esperienza. (tratto da P A Saccaro e G B Traverso il La flora delle Vette di Feltre, Venezia, 1905)...."rivassimo a Pedavena ove la notte dormissimo in un piccolo stanciolino terreno, ma netto da sporchezzi, il nome del padron era Carlo...il martedi mattina li 11 di buon hora partissimo da Pedavena, e avanti pranso arrivassimo a Aun villa a piè della Montagna, delle Vette ove disnassimo con quel poco di presciuto formag. vino e pane passabile...doppo d'haver caminato molto si trovassimo in luoco difficilissimo, e scoperto, agrediti da un temporale che uscì da quelle Valli Tedesche che ne pose tuti in aprensione, mentre cominciò una tempesta minuta, e un vento forte che minaciava la volata in quei oridi precipitij...salissimo dunque al estrema punta della Valle ove in facia vi è quel altra estremità che si chiama il Paveion, altezza molto grande, ove fui di mat.na per scoprir Venetia, che vidi molto bene con un canochiale che havevo meco...discessimo per lunghissimo camino fino ad Aun strachi, e pattiti...cenassimo, e andassimo a dormire: io dormij sopra una cassa vestito con li libri sotto il capo...ma non podei dormire per il grand.mo strepito che facevano quelli che venivano al Osteria e dopo cinque hore che tutto era quieto saltorno fuori tanti sorzi che mi venivano fino sul capo...questo fu quello che viddimo e sentimo in questo breve viaggio con molta fatica e spesa. Che sia lodato il Sig.e de Signori. Amen."

1 GENNAIO 2011


E' un luogo comune dire che " chi fa una cosa il primo dell'anno la fa tutto l'anno". Non sono supestizioso, ma se in fondo ci fosse un briciolo di verita...tant'è...facciamoci guidare da sifatte sirene oracolari. Complice una bella e soleggiata giornata...se il buongiorno si vede dal mattino...(tanto per rimanere in tema), salgo in cima al Pafagai. L'avancorpo che si distacca dalle vette e scende a meridione a lambire la piana feltrina è un eccezionale belvedere. Dalla valle di Lamen lungo una strada forestale prima e per sentiero nell'ultimo tratto, con una sgambata di circa trecento metri di dislivello condensati in poche decine di minuti, ci dà modo di osservare con poco sforzo ampi spazi. In questo crinale che fa da spartiacque tra la valle di Vignui e quella di Lamen, si ha la possibilità di spaziare visivamente alle retrostanti vette feltrine con le balze scoscese al vicino San Mauro, a scorrere a meridione le prealpi venete dal Grappa al Visentin e più lontano ai monti dell'alpago e dalla parte opposta ai monti asiaghesi. Tutto ciò racchiude come in uno scrigno la vallata feltrino- bellunese attraversata dal Piave. La posizione a volte esalta anche cime che sembrano insignificanti.