E' un luogo comune dire che " chi fa una cosa il primo dell'anno la fa tutto l'anno". Non sono supestizioso, ma se in fondo ci fosse un briciolo di verita...tant'è...facciamoci guidare da sifatte sirene oracolari. Complice una bella e soleggiata giornata...se il buongiorno si vede dal mattino...(tanto per rimanere in tema), salgo in cima al Pafagai. L'avancorpo che si distacca dalle vette e scende a meridione a lambire la piana feltrina è un eccezionale belvedere. Dalla valle di Lamen lungo una strada forestale prima e per sentiero nell'ultimo tratto, con una sgambata di circa trecento metri di dislivello condensati in poche decine di minuti, ci dà modo di osservare con poco sforzo ampi spazi. In questo crinale che fa da spartiacque tra la valle di Vignui e quella di Lamen, si ha la possibilità di spaziare visivamente alle retrostanti vette feltrine con le balze scoscese al vicino San Mauro, a scorrere a meridione le prealpi venete dal Grappa al Visentin e più lontano ai monti dell'alpago e dalla parte opposta ai monti asiaghesi. Tutto ciò racchiude come in uno scrigno la vallata feltrino- bellunese attraversata dal Piave. La posizione a volte esalta anche cime che sembrano insignificanti.
tramonto
giovedì 10 febbraio 2011
1 GENNAIO 2011
E' un luogo comune dire che " chi fa una cosa il primo dell'anno la fa tutto l'anno". Non sono supestizioso, ma se in fondo ci fosse un briciolo di verita...tant'è...facciamoci guidare da sifatte sirene oracolari. Complice una bella e soleggiata giornata...se il buongiorno si vede dal mattino...(tanto per rimanere in tema), salgo in cima al Pafagai. L'avancorpo che si distacca dalle vette e scende a meridione a lambire la piana feltrina è un eccezionale belvedere. Dalla valle di Lamen lungo una strada forestale prima e per sentiero nell'ultimo tratto, con una sgambata di circa trecento metri di dislivello condensati in poche decine di minuti, ci dà modo di osservare con poco sforzo ampi spazi. In questo crinale che fa da spartiacque tra la valle di Vignui e quella di Lamen, si ha la possibilità di spaziare visivamente alle retrostanti vette feltrine con le balze scoscese al vicino San Mauro, a scorrere a meridione le prealpi venete dal Grappa al Visentin e più lontano ai monti dell'alpago e dalla parte opposta ai monti asiaghesi. Tutto ciò racchiude come in uno scrigno la vallata feltrino- bellunese attraversata dal Piave. La posizione a volte esalta anche cime che sembrano insignificanti.
martedì 21 dicembre 2010
MOMENTI MAGICI
Le guide di solito riportano il periodo in cui è consigliabile andare in un determinato posto, basandosi generalmente sulla sicurezza dell'escursionista. Frequentando spesso la montagna e visitando molti posti, in differenti periodi dell'anno o con condizioni metereologiche diverse, ho capito che ogni luogo ha un proprio momento magico. I dintorni del Dal Piaz, ad esempio, danno il meglio di loro in luglio nel momento che le fioriture esplodono, o in pieno inverno quando il blu intenso ed il bianco candore delle nevi si uniscono tra di loro. Ma l'anima qui è il vento. Quello che spira nelle terse giornate di tardo autunno, quando le nevi indugiano ad arrivare ed i prati sono bruni. Raffiche svelte, gelide di tramontana che ti lasciano senza fiato,che lasciano un tempo sospeso, immobile fino alle successive improvvise. Oppure quelle che d'inverno nelle bufere creano sculture artistiche , o sollevano dispettosi "spiritelli" che impreziosiscono di brillanti l'aria.
sabato 18 dicembre 2010
VAL DI SAN MARTINO-VAL CANZOI ANDATA E RITORNO 2^ PARTE
Presa la strada per Fraina mi concedo dopo tanto cammino, una pastina ed un succo di frutta. In cielo intanto il blu del sereno ha il sopravvento sulle nuvole che si sbizzarriscono in giochi di movimento sui contrafforti rocciosi. Ne escono così fantasmi sotto forma di guglie, pinnacoli, strani "mostri" di pietra che appaino e scompaiono seguendo le bizze del vento in quota. M'infilo così lungo la stretta e lunga valle detta appunto Vallunga. Dapprima su strada sterrata in fitto bosco, che sale parallela ad un piccolo rivo, da cui proviene un garrulo suono d'acqua. Alla fine del tratturo c'è un ponticello in legno che supera il corso. Mi tolgo la sete approffittando del fresco liquido che sgorga tra le pietre. Un profondo respiro ed inizio l'improba salita lungo il sentiero poco frequentato. Tutt'attorno aleggia una sensazione si silenzio, di tempo fermo, di ambiente selvaggio. L'uomo sembra essere stato respinto in questi luoghi. Eppure ciò ti fa sentire sereno, un tutt'uno con il posto, alla pari con esso, dove uomo e natura si completano. La vegetazione è fittissima. Alla vista si susseguono pendii erbosi ripidissimi, che si intersecano a canali rocciosi impervi, i crinali in alto remoti, irraggingibili. Il sentiero non dà pause. Sembra che mai mano d'uomo abbia lavorato qui, ed invece quando non ti aspetti scopri le aie di carbonai, qualche resto di sassi posizionati per rendere migliore l'avanzare su sentiero e poi anche due casere. Costruite sembra più da mistici eremiti che per un'economia di sussistenza. Eppure immersi in questa wilderness si respira un'atmosfera struggente. La fatica accumulata si fa sentire, il passo si fa lento. La forcella in alto sembra vicina, ma man mano che il tempo passa sembra una diga insuperabile. Un grido di falco squarcia il silenzio, si fa ripetitivo, pare gridare a tutti della presenza di un intruso. In alto gli fa eco un camoscio fischiando. La zona d'ombra e la leggera brezza che s'incanala verso la valle mi gela il sudore. Ho un po' di crampi, ma ormai sto per scavalcare il passo, dove siedono alcuni escursionisti a godersi il panorama. Scendo un po' prima di fare una pausa "tecnica" per riprendere fiato. I declivi mostrano toni bruno rossi che invogliano a fermarsi, rimandano a tempi andati. Giù lo sguardo scorre alla valle feltrina ed ai giochi di sole ed ombra dei costoni rocciosi. Riprendo un po' la corsa fino alla vicina chiesetta di San Mauro e da qui lungo il sentiero desueto che porta a Lasen. Il paese sembra riposare adagiato al monte, poca gente ciarla al centro, m'avvio fra le case lungo la via che porta in valle fra prati e boschi. Ritorno al luogo di partenza, la festa se n'è andata, stanno sbaraccando, San Martino gli ha regalato un po' d'estate.
giovedì 16 dicembre 2010
VAL DI SAN MARTINO-VAL CANZOI ANDATA E RITORNO 1^ PARTE
In questa domenica di novembre, seppur smorta, ma diversa dalle precedenti che hanno portato con le intense piogge ad annegare mezzo Veneto, colgo forse l'ultima occasione per "confezionare" un lungo trekking prima del sopraggingere delle nevicate. Mi va un po' di strafare. L'escursione l'affronterò in stile trail unendo alla camminata, la corsa ed il nordik walking. Arrivo alla chiesetta rurale in Val di Vignui che il giorno ormai è fatto. Nel prato vicinale è imbandita una struttura per la festa del patrono. Gli organizzatori sfidano gli umori del tempo evidentemente confidando nelle frequentazioni del santo. M'inoltro lungo la strada sterrata nel grigiore d'attorno, dove gli unici che riescono a dettare una diversa tonalità sono i larici con le loro tinte tardo autunnali giallo...rosse. Un po' correndo, un po' camminando arrivo alla fornace da calce a Baslaval, dove alzando lo sguardo, vedo che le nubi immobili hanno tracciato una linea e non lasciano guardare oltre. Proseguo su sentiero, spingendo i bastoncini, nella faggeta che s'è fatta spoglia, abbandonate le folte chiome. Solo qualche ramo ostenta rade foglie , mentre al "pianterreno" un seducente tappeto rosso ricopre i pendii. Dapprima con baldanzoso passo, poi con più realistica leziosità risalgo il ripido sentiero fino a raggiungere la casera di Ramezza Alta dove macchie di neve danno un tocco di candore ai bruni pascoli. Una breve pausa per scorrere con lo sguardo le pareti del San Mauro che emergono dalle nuvole e riprendo a salire verso l'ampia sella della Forcella Scarnia, passaggio che mette in comunicazione tra loro le valli di Canzoi con quella di san Martino, anticamente nomata Val Garza. Ci arrivo in breve timbrando la coltre casta con disegni delle tomaie ai piedi. Fischi di camosci mi indicano la via. Di là ad oriente le alte bancate di Cimia e del Tre Pietre mi rimandano a spazi da epopea western, a lontani posti da Rockey Mountains. Davanti oltre la valle il sole va ad illuminare uno spicchio di monte che fosse in cartolina rimanderebbe, con le rocce a strapiombo, alle scogliere si Acapulco. Parto e scendo nella neve, ora anche gelata, di corsa. Dapprima zigzagando all'aperto poco discosto dalle superbe pareti del Col dei Gai e di Saladen, poi dentro al bosco. Con una piccola disgressione all' itinerario vado a dare uno sguardo a malga Scarnia ancora in buone condizioni. Quindi mi lascio trasportare dalla corsa nella faggeta magica di Zoccarè Alto, per poi scendere, lasciato il Cold'Istiaga, in Val di Canzoi. Intanto il sole s'è fatto largo tra le nuvole illuminado ampi spazi. Mio malgrado mi trovo a percorrere tratti sempre in ombra, tanto che finisco per inveire contro tanta malasorte. Dalla centralina dell'Enel dalla quale un po' correndo, ma più blandamente camminando sulla strada asfaltata, rimirando le acque oggi così petrarchescamente chiare e fresche, arrivo nei pressi dell' agriturismo dell'Orsera da dove prendo la strada per Fraina.
sabato 16 ottobre 2010
CAURIOL
Alpino De Bastiani Francesco, classe 1894, appartenente al 7° reggimento alpini, 66° battaglione "Feltre", uno fra i tanti che vissero in prima persona l' "epopea" del Cauriol, durante la prima guerra mondiale. Fra i suoi ricordi, quello che più lascia sconvolti, fu l' attacco per la conquista della vetta, di oltre cento uomini, si salvarono soltanto una decina. Più che dalle pallottole, furono uccisi dalle scariche di massi gettate dagli austriaci che stavano in alto. Data la natura del terreno per chi saliva non c'era scampo. Si salvarono solo coloro che ebbero la prontezza di rifugiarsi soto le rocce ed attendere la notte per ritirarsi. Piccoli episodi di una guerra assurda di combattimenti di posizione che spazzò una generazione di giovani . Battaglie che ad un prezzo enorme di vite umane servivano per conquistare inutilmente una vetta per riperderla l'indomani. Con questo ed altri ricordi del nonno di mia moglie mi appresto alla salita. I metereologi avevano previsto un repentino calo delle temperature in questo inizio di settembre. Difatti al rifugio Refavaie spira un freddo vento gelido. Risalgo lungo la strada forestale a fianco all'alveo di un torrente imbrigliato che defluisce prepotentemente a valle, più in alto si addolcirà in mille rivoli ognuno rivelando una propria melodia, un proprio carattere. Il cielo è limpido, oltre il bosco di alti abeti, fanno bella mostra di sè i coni delle cime che formano il complesso della Cima d'Asta. A malga Laghetti seguo le indicazioni verso il Cauriol. Mi inerpico su un sentiero ripido, duro (in fondo...siamo alpini) che si ostina a indurre alla fatica. Di tanto in tanto si colgono tracce di ruderi come della chiesetta, del comando del battaglione, della stessa mulattiera che soffocano nell'oblioe nell'incuria del tempo. Poi d'improvviso, terminato il bosco, mi trovo sotto il ripidissimo pendio che volge a mezzogiorno. Risalgo faticosamente, votato anch'io come gli alpini al sacrificio e mi immedesimo in loro in questo ambiente per capre. Tra frane, rade tracce di passaggio, resti di camminamenti, di trincee, di baraccamenti, proseguo inarrestabile verso la cima, in uno scenario paesaggistico da mozzafiato. Ampi spazi, cieli azzurri, verdi vallate, silenzi accompagnano ogni passo. In vetta un'orchestra di cime sembrano posare per la mia vista. Qualche traccia di ghiaccio ancora persiste della fredda notte, il vento si mitiga nel caldo sole, le pietre sembrano parlare. Gente che sosta che arriva che scende, si lascia incantare dal luogo. Dopo una sosta che mi permette di mettere a fuoco racconti di un tempo scendo lungo la via italiana superando il Piccolo cauriol ed il passo Sadole, dapprima corricchiando poi di corsa rientro a valle, mentre le nubi lentamente s'impadroniscono del cielo, preludio del maltempo incombente che nella nottata successiva porterà le prime nevi settembrine.
VAL CASOLE
Il percorso come questo che si infila risalendo la nascosta Val Casole, immissaria della Val canzoi, ad oriente oltre il lago, ormai dimenticato avendo da tempo perso la sua funzione, sta lentamente scomparendo. L'itinerario portava ad una malga, dove le fatiche dell'uomo avevano sottratto alla ruvidezza del luogo uno spazio per le proprie esigenze di sussistenza. In una vecchia guida c'è anche la descrizione di questo tracciato. La mancanza della fruibilità e l' abbandonata manutenzione fa si che piccole variazioni dovute a danneggiamenti provocati da calamità naturali, a smottamenti (anche di piccola entità), ad un taglio della vegetazione importante e la non più controllata ricrescita, oppure la stessa infiltrazione del bosco in un pendio erboso può occultarne il sentiero.Anche se nelle descrizioni ci possono essere dei riferimenti precisi, questi diventano dettagli talvolta inutili. Rimane all'escursionista la capacità di saper leggere il territorio, capire come potevano muoversi nel tempo gli uomini. Capire le tracce, l'andamento del terreno, l'esposizione della luce ed altre mille particolari, può essere d'aiuto a raggiungere la meta. Così in questo mio viaggio ho dovuto far tesoro di queste "percezioni". Vedere poi nella fitta vegetazione svelarsi i resti delle attività di un tempo copme gli spazi per le carbonaie, muretti che servivano a stabilizzare il percorso, i luoghi di approvigiamento di acqua, il pendio un tempo erboso pascolo degli armenti, ora relitto fra boschi d'alto fusto, e le stesse rovine della casera, ti fanno sentire parte del territorio. Qui vicino al manufatto scende un canalone dal gruppo delle Tre Pietre in un ambientesevero, rude, in alto un coro di guglie di pareti rocciose possenti che incutono rispetto, ma che ne amplificano i silenzi, che liberano all'animo paure e nel medesimo tempo benessere di libertà.
giovedì 14 ottobre 2010
A FUTURA MEMORIA
Lungo il sentiero che porta al rifugio Dal piaz, ci sono due fontane in cemento che nel tempo venivano usufruite dalle persone di passaggio, da coloro che operavano nelle abitazioni adiacenti o dal bestiame che saliva agli alpeggi. Fa bella mostra di sè la data di costruzione: 1938 seguita dai numeri romani XVI (che sta per 16° anno dell'era fascista) con in alto non ben visibile in bassorilievo l'effige del fascio accompagnato dalla sigla PFN. Il tutto in stato di degrado, abbandonato nell'incuria, con le erbe ed i cespugli che tendono ad occultarle. Nella vasca acqua piovana ristagna accogliendo le foglie che macerano lentamente. In tempi come quelli odierni dediti a festeggiare ogni sorta di "ricorrenza alla memoria" (palii, ricostruzioni di battaglie, rievocazioni di episodi di vita ...andata) chissà cosa riserverà a queste due vasche il 2038, nell'anno del centenario. Forse ritorneranno all'antico splendore, magari per il tempo di una festa. Oppure verranno riprestinate alla loro vecchia funzione perchè i fasti del nostro tempo si saranno sopiti e saremo tornati ai lavori ed alle fatiche di un tempo, o forse l'oblio del tempo le farà diventare tesori nascosti a futura "scoperta archeologica".
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