E per primi vennero gli inglesi che inventarono il moderno turismo. Nobili ed aristocratici, scesero nel lontano ottocento ai solatìi paesaggi italici e scoprirono le bellezze dolomitiche. Ne descrissero i viaggi in reportages che diedero lustro alle nostre terre. Poi scritti di Brentari o di Castiglioni (per citarne alcuni) estesero alla conoscenza luoghi e scalate alpinistiche. Guide ormai introvabili che rasentano la "leggenda". Negli anni sessanta e settanta del novecento iniziarono le monografie, che vedevo belle schierate negli scaffali delle librerie, tascabili. Quelle del Cai, guide alpinistiche dei monti d'Italia o della Tamari Editori in Bologna, nei cui libelli venivano trattate per prime le alte vie a firma di (tra gli altri) Rossi, Brovelli Sanmarchi...Per quanto riguarda i "monti di casa" nel 1972 esce Le Alpi Feltrine di Bertoldin De Bortoli Claut...per me appassionato di montagna diventa da subito la "bibbia". Vi sono descritti, talvolta in uno scarno condensato di notizie, tutte le cime ed i luoghi dei monti feltrini con relatvi sentieri e documentazione di ascensioni. Da allora quel libro mi seguirà sempre, soggiornerà periodicamente in camera, in cucina, in sala, ritengo che nessuno abbia sfogliato quella guida al mio pari...In seguito usciranno volumi più specialistici, quello di De Zordi darà una rassegna più dettagliata sulle scalate, Lasen e soprattutto Soppelsa e Dal Mas nella più attenta e particolareggiata descrizione dei sentieri escursionistici. Ora forse si aspetta una nuova "frontiera" nella narrazione dei nostri monti. Mi piacerebbe che i racconti del mio blog ne fossero una testimonianza. Ne uscisse l'anima della montagna presa in considerazione, il suo genius loci. Il lettore venga coinvolto nelle sensazioni che il luogo trasmette. Sapere che salire il Forzelon è cosa ardita per i più (ad esempio) che sulle vette è da arrivarci nell'esplosione delle fioriture, ma soprattutto alla fine di novembre quando il sole è basso sull'orizzonte in giornate terse, nelle cui vallate sottostanti le nebbie nascondono tutto e quassù sferzano poche ma velocissime folate di vento gelido. Oppure camminare fino alla costa dei tei e capire cos'è davvero la wilderness...o comprendere appieno l'emozione che si libera quando arrivi in vista dei Piani eterni!!
tramonto
mercoledì 14 dicembre 2011
GUIDE "ALPINE"
E per primi vennero gli inglesi che inventarono il moderno turismo. Nobili ed aristocratici, scesero nel lontano ottocento ai solatìi paesaggi italici e scoprirono le bellezze dolomitiche. Ne descrissero i viaggi in reportages che diedero lustro alle nostre terre. Poi scritti di Brentari o di Castiglioni (per citarne alcuni) estesero alla conoscenza luoghi e scalate alpinistiche. Guide ormai introvabili che rasentano la "leggenda". Negli anni sessanta e settanta del novecento iniziarono le monografie, che vedevo belle schierate negli scaffali delle librerie, tascabili. Quelle del Cai, guide alpinistiche dei monti d'Italia o della Tamari Editori in Bologna, nei cui libelli venivano trattate per prime le alte vie a firma di (tra gli altri) Rossi, Brovelli Sanmarchi...Per quanto riguarda i "monti di casa" nel 1972 esce Le Alpi Feltrine di Bertoldin De Bortoli Claut...per me appassionato di montagna diventa da subito la "bibbia". Vi sono descritti, talvolta in uno scarno condensato di notizie, tutte le cime ed i luoghi dei monti feltrini con relatvi sentieri e documentazione di ascensioni. Da allora quel libro mi seguirà sempre, soggiornerà periodicamente in camera, in cucina, in sala, ritengo che nessuno abbia sfogliato quella guida al mio pari...In seguito usciranno volumi più specialistici, quello di De Zordi darà una rassegna più dettagliata sulle scalate, Lasen e soprattutto Soppelsa e Dal Mas nella più attenta e particolareggiata descrizione dei sentieri escursionistici. Ora forse si aspetta una nuova "frontiera" nella narrazione dei nostri monti. Mi piacerebbe che i racconti del mio blog ne fossero una testimonianza. Ne uscisse l'anima della montagna presa in considerazione, il suo genius loci. Il lettore venga coinvolto nelle sensazioni che il luogo trasmette. Sapere che salire il Forzelon è cosa ardita per i più (ad esempio) che sulle vette è da arrivarci nell'esplosione delle fioriture, ma soprattutto alla fine di novembre quando il sole è basso sull'orizzonte in giornate terse, nelle cui vallate sottostanti le nebbie nascondono tutto e quassù sferzano poche ma velocissime folate di vento gelido. Oppure camminare fino alla costa dei tei e capire cos'è davvero la wilderness...o comprendere appieno l'emozione che si libera quando arrivi in vista dei Piani eterni!!
venerdì 2 dicembre 2011
OLTRE 7000 m. DI DISLIVELLO (2^ PARTE)
Arrivato alla forcella mi lascio cadere a terra. Appoggio le mani agli occhi e sento nella testa vampate di fatica. Penso se sia il caso di proseguire, poi competo che in ogni caso devo scendere. Mentre consumo un magro spuntino decido di calarmi a valle poi si vedrà. Le nuvole si sono accoccolate stantie sulle cime, il grigiore sopravanza il blu della volta. Una manciata di tempo di riposo e riparto. Scendo deciso lungo le accidentate balze dei pendii. Un susseguirsi di roccette affioranti, macereti, erbe fiorite dove cardi dai toni violetti e gigli dalle tinte aranciate dipingoni i magri zerbi. Corricchio con fanciullesca baldanza e calo di quota come nei fotogrammi d'immagini cinematografiche accellerate. Le gambe hanno trovato un giusto equilibrio ed a proprio agio s'inoltrano nella faggeta che in basso si sostituisce all' erbato declivio. Mi ritrovo dopo circa tre quarti d'ora al bivio. L'amletico quesito "salgo o non salgo" s'insinua. Decido senza tanto ragionare di voltare verso l'alto. Ringalluzzito e rigenerato nelle forze ho l'impressione di non sentire gli affanni dell'erta. Dura poco l'improvvido sentore. Come le gambe se ne accorgono sono lamenti. Tutto il corpo propende per un rapido ritorno a casa, sogna un morbido giaciglio. Invece risalgo stimolato da qualche masochistico neurone lungo cenge e costoni ripidi e malignamente sadici. Il silenzio è rotto da leggere bave di vento. Cerco un andare che trovi un equilibrio tra fatica e resistenza. Le grige rupi ed i verdi penddii cercano di mitigare il proseguio. Vado avendo la sensazione di automa che esca dal proprio corpo. I rumori che percepisco diventano surreali divagazioni della mente. In alto le ultime rocce aeree che supero, la forcelletta che scavalco e svela un'ennesimo punto intermedio di arrivo riequilibria corpo e mente. Mi aspetta l'ultimo tratto di salita. Ritornare al Forzelon e poi verso l'estremità della busa delle Vette. Uno stanco incedere mi porta al Dal Piaz. Le cime, i profili dei monti, i colori, le sensazioni rinbalzano, sembrano estranee; le percepisco ma passano, non lasciano incanto. Oltrepassare l'ultimo passo diventa nulla consolazione. Poi il rifugio un caldo tè, diventa sollievo, diventa nuovo vigore. Riparto e m'involo verso la fine del viaggio a Croce d'Aune. Al termine incontro un'altro escursionista di ritorno. E' felice s'è portato a spasso i suoi oltre cento chili su fino al rifugio, ora guarda in alto con sguardo sereno. Penso al mio percorso oltre 7000 metri di dislivello, poco più di 10 ore di condensato di fatiche, gioie, sensazioni, dubbi, imprecazioni, corse, stordimenti... Ognuno ha bisogno di cercare la propria via.
mercoledì 16 novembre 2011
OLTRE 7000 m. DI DISLIVELLO ( 1^ PARTE)
Notte profonda scivolata via lenta senza portare sonno. Raggruppo poche cose nello zaino, mi gusto un caffè e via in sella della bici verso un sogno da concretizzare. Era da tempo che lo tenevo per me. Percorrere in sequenza i sentieri delle vette, salendo e risalendo più volte la scarpata oceanica. Alla prima salita gambe e testa all'unisono saltano giù dal ferrovecchio rosso, la bici non fa per loro. Risalgo l'erta verso Vignui spingendo a forza di braccia, mentre ad oriente la sottile striscia arancio pittura l'orizzonte. Nel risveglio del bosco si sfidano in melodiche tenzoni gorgheggi e canti, merli, usignoli, fringuelli, pettirossi in un crescendo musicale, amplificato da questo auditorium naturale. Oltrepasso il paese che dorme come fola di vento e mi involo verso la valle di San Martino. Appoggio nel retro della chiesetta il mezzo. In alto le cime riflettono le prime luci del nuovo giorno. Cerco un momento di concentrazione, come dovessi chiamare a rapporto tutte le forze per un ultimo controllo. Parto. Mi aspetta una prima salita di circa 1400 metri, su in alto fino in Ramezza. Mentre percorro lo sterrato disturbando il silenzio con i miei passi sul ghiaino, il sole pennella le cime di luce viva, passando di rupe in rupe, prima di scendere lento inondando i declivi. Il verde del fitto bosco, i colori dei fiori contrastano con l'azzurro del cielo. Salgo lentamente cercando di non disperdere le forze. In breve sono all'uscio di casera Ramezza Alta, davanti a me l'ampia forcella di Scarnia sembra aprirsi a ricevere il sorgere del sole. In controluce tutto diventa ombra nera d'attesa. I prati d'alpeggio sono pregni di guazza, le gocciole brillano. Salgo incontro al sole, dapprima strisciandone accanto poi frontandoci viso a viso là sulla forcella, luogo d'incontro di viandanti. Grappoli di gialli maggiogiondoli stesi a regalarsi la carezza di una calda brezza. Il cammino mi porta verso le mughete ed i contrafforti del Sasso Scarnia che qui si fanno idilliache figure fantastiche di guglie e torri. Una nube piroetta su esse in giochi infantili. Continuo a salire e le piante lasciano il terreno a esili prati, le rocce lasciano terreno a ghiaioni. Mi sento sempre più a contatto con il cielo. Ombre lasciate come scia dalle nubi che vanno aumentando e rubando pezzi di cielo. Raggiungo i circhi di Ramezza e via verso Pietena oltre piazza del Diavolo. Mi sento librare. Lo sguardo scorre agli ampi panorami che l'altezza regala. Altre volte si sofferma sul rosso di tappeti di rododendri, al biancore delle vertiginose rupi. E via verso un'altra meta intermedia e con lo sguardo scorrere ai luoghi che andrò a ritrovare più avanti durante il cammino. Prima del Passo Pietena scendo verso la conca passando, tra gialli botton d'oro, tra i pochi resti della Casera Pietena che resistono all'oblio del tempo. Ancora giù a Pietenetta, memoria di partigiani ed inglesi durante l'ultimo conflitto, e poi mi lascio trasportare in corsa dal zigzagante sentiero che s'incanala fra rudi e severi pareti grige, fino a scomparire nel fitto e finire tra i fatati abeti del Piano dei Violini. Qui indugiare un po' cogliendo l'occasione per rifiatare e ripartire verso altre altezze. Bosco fitto, ora. Pian piano le spavalderie della discesa, sono sopraffatte dalle fatiche dell'ascesa. Passi lenti, il sudore che cola lungo le gote, il respiro che si fa via via più affannoso. La salita che sembra via via interminabile. Le forze che si affievoliscono. Mi sento svenire, mi appoggio ad un provvidenziale costone roccioso. Mi siedo con gli occhi chiusi, sembra che tutto debba finire qui. Li riapro dopo pochi istanti che sembrano essere stati eterni, un cuscino di delicati fiori lievemente rosati sembrano messi per confortarmi. Riprendo forze, riparto. Su comincio a vedere di nuovo spazi che si allargano, prati d'alta quota. Nuvole che vagano e che si accalcano sulle cime. Un ultimo sforzo, arrivo al Forzelon...a metà della "scampagnata".
sabato 5 novembre 2011
PAVIONE
Ahi le dolenti note! Le gambe reduci da una gara di nordic stamattina si sarebbero volentieri girate nel letto dall'altro lato, ma la mente invece vola e giocoforza sono costrette a seguire...il capo. Le tante auto parcheggiate lungo la via di Croce d'Aune dicono che oggi s'incontrerà parecchia gente in quota. Nel primo varco del bosco l'abbaglio del sole è sparato negli occhi come un riflettore da terzo grado. Sui declivi si distende placido sui tono rossobruni di fine stagione e ne amplifica il volgere al desìo. Sulle rocce s'infrange di luce intensa proiettandone ombre scure, mostrando una lunga scia ininterrotta di chiaroscuri. Risalendo il sentiero è una mescola di colori, rosso mattone dei faggi, giallo di aceri e larici che si cambiano d'abito, verde intenso di abeti che si spingono il più in alto sui declivi a rincorrere il cielo. E poi quello quadrettato di nostalgiche flanelle anni settanta, a variopinte felpe, a tecnolociche moderne giacchette. In cielo lenti si spostano cirri arabescati. Poi quando i panorami si svelano nella loro intierezza, un grande mare bianco cela tutta la valle. I monti in penombra sembrano isole galleggianti, tagli scuri onde da cavalcare, altre s'infrangono sulle rupi di scogliera, l'astro irrora le nebbie. Supero parecchi escursionisti, supero anche il rifugio Dal Piaz e dirigo la barra verso le alte creste baciate di sole. I giochi d'ombra nella Busa delle Vette metteno in risalto le doline che assomigliano a testimonianze di bombardamenti naturali. Un lago fa da specchio al monte vanesio che s'affoga riflesso. Sulle creste un gruppo risale lentamente la china, lunga processionaria. Li raggiungo, li supero mentre discutono sulla grandezza del creato. Nell'ultimo tratto sento le gambe mugugnare, dò loro qualche attimo di rifiato sostando. Poi la cima dà un esagerato sbalordimento di sensi. Monti che si perdono inseguendosi, creste viste d'infilata che si disperdono nell'orizzonte, colori dei monti bluastri che si smarriscono nelle foschie di luce, l'oceano bianco delle nebbie che s'espande lentissimo. Le nevi sulle cime preparano comodi giacigli per le prossime e future. Aspetto l'arrivo degli altri che disperdono i loro sguardi negli immensi spazi, ricercando cime da poter nomare, accostandole a ricordi passati. Ridiscendo involandomi lungo il ghiaione con chiasso di cristalleria, muovendo le schegge di roccia. Poi ripresa la mulattiera cammino tra zone d'ombra dove i pendii sono casa di spogli scuri salici e larici liberatisi delle foglie d'ago, accompagnati da un'intrigante lieve brezza di tramontana. Là invece dove il sole insiste rimangono le erbe tinte ancora di verde restie a colorarsi di bruno. Infine scendo mescolando colori e fotogrammi in un rapido susseguirsi.
mercoledì 26 ottobre 2011
BUS DEL CAORON
Ormai in valle, madre natura sta liberando le sue energie nella sublime arte della pittura, ingentilendola di colori giallo e rossi intinti nelle terrre brune e rilasciati in mille sfumature diverse. Il lago dalle acque ferme, salvia, è scarabocchiato da una scia scura di terra e foglie sospinta lenta dai fluidi. Una pioggerellina fina d'autunno si posa sul volto come delicati spilli. Immmergersi nel bosco che rammenta la pioggia nel pineto fa materializzare fra i vapori e l'intrico, il vate e la diva che si rimandano versi. Poi come un eco si disperdono erranti e leggeri, silenzioso battito d'ala. Immagini reali si sostituiscono a pensieri immaginifici. Poi d'improvviso retorico "urlo sotto il maestrale". Un rumore sordo che si fa via via più possente. L'onda biancheggiante rimbomba nel fitto. Scorre svelta dopo essere stata vomitata dalle viscere d'un antro terribile e dopo breve vita si getta nel lago a placare la propria irruenza. Intanto i colori, le rocce, le nebbie, il cielo, si amalgamo e si frantumano esaltandosi e negandosi effimeri e mutevoli.
martedì 25 ottobre 2011
LA BORALA
Fitti boschi, erbe incolte, ghiaioni, rocce grige, faglie, fratture profonde, mughete, cenge aeree, intagli, balze rupestri, pendii scoscesi, cieli blu, nuvole che passano e vanno, verdi zerbi, fruscio del vento, silenzi ovattati, lievi brume stantie. Luoghi che ti respingono e ti attraggono come un magnete. Ambienti selvaggi, severi, rudi, inospitali. Tutto sembra fermo, tutto si muove! Siamo nella wilderness dei Monti del Sole. Il sole sta esplodendo a levante sparpagliando le poche nubi che lo celano e riempie le cime di tinte rosso brune. Nella valle le ombre nere svivolano come onda. Il lago del Mis assorbe e rimanda tutto l'attorno come una lieve melodia pittorica. Risalgo l'asfalto, oltrepassando il paese di Gena, muto borgo che parla di non lontano fervore di umile lavoro contadino. Poi sono boschi fitti, silenzi rotti solo da lievi brezze.Il proseguire è su ardimentoso sentiero. Ancora le ombre riempiono la valle. La vista si scontra con possenti torrioni rocciosi, invalicabili, imponenti. Camminando si superano cenge che rifuggono precipiti bancate, piccoli rigagnoli cantano scendendo nelle scalfitture vallive, le mughete diventano ingombranti ostacoli. Tutto affascina e angoscia in un ribaltamento emozionale continuo. Il tracciato ti porta inevitabilmente alla meta, lo segui ammaliato, quasi soggiogato. Quando arrivi alla Borala, che oltre non puoi andare resti zittito. Lo sguardo scorre verso l'alto lungo le possenti bastionate, le torri arcigne, le merlate cime d'un imponente maniero roccioso. Sfidano il blu turchese le guglie. I magri declivi sembrano bere la luce del sole che filtra tra le forcelle, dove un tempo si pensava passassero gli dei. Nel silenzio mistico i pensieri si fermano, solo gli occhi assorbono le parole del luogo. Diventa improbo staccarsi da qui, dove la natura emana religiosità. Nel fitto della faggeta c'e il giallo del bivacco Valdo che vado a raggiungere. Con un'altro escursionista, arrivato nel frattempo, cerchiamo il sentiero che dovrebbe, a detta delle cartine, portare a forcella Zana; ma non v'è traccia. Ridiscendiamo. Poi io scenderò lasciandomi trasportare dalla corsa che all'interno del bosco, dove minori sono i pericoli, diventerà una fanciullesca volata.
venerdì 7 ottobre 2011
ALTA VIA DELLE LEGGENDE
Correva l'anno 1982 e noi correvamo, chi in bicicletta, chi in motorino, alle feste paesane. In un'afosa serata estiva probabilmente intorno a ferragosto a Pez ci trovammo a discutere di escursioni in montagna, non tanto lontani dalla spina della birra. Qualcuno, che sostava da parecchio in quel luogo propose di avventurarci in un qualche trekking di più giorni; ovviamente la scelta cadde sull'alta via 2 delle dolomiti, tratta Brixen-Feltre. Poi quando il livello di guardia della birra aveva superato certi confini, i fumi dell'alcol generarono la disgraziata idea di compiere un'impresa, stabilirne il record di tempo. Si favoleggiava che uno sconosciuto escursionista tempo addietro avesse percorso quei quasi 200 km in quattro giorni e mezzo. Rammento che una lampadina mi si accese immediatamente. L'anno prima l'avevo fatta con l'amico Silvano in cinque giorni e mezzo senza tanto faticare, quindi fatto due conti personalmente l'impresa era fattibile. Il crocchio di persone intanto s'era fatto numeroso e i pretendenti erano diventati tanti. Svanite poi l'indomani le esalazioni da alcooltest, di "atleti" ne rimasero ben pochi. Partimmo in auto di mercoledi in quattro. Di sicuro facemmo la miglior prestazione automobilistica da Feltre a Bressanone, in quanto credo il pilota non scese mai sotto i centoventi, nemmeno nei centri abitati (allora i punti alla patente erano di là da venire). La nutrita spedizione alla fine si ridusse a me ed al mitico Bastianel (al secolo Walter De Bastiani). Da allora sono passati quasi trent'anni ed i ricordi sono diventati ovviamente nebulosi, ma qualche episodio è rimasto indelebilmente impresso nella memoria. Ricordo l'uscita dal rifugio Plose, là dove muovemmo i primi passi con lo sguardo rivolto alle Odle, prima barriera da superare, in una giornata serena. Lungo la pista di sci ci portammo al paese sottostante cercando un albergo dove si doveva apporre un timbro sul libretto di guida. Segnale inequicovocabile per poter aspirare alla spilletta che ci avrebbe onorato di entrare negli eletti, al pari della conchiglia di chi percorre il cammino di Santiago. Il gestore del locale, alla nostra richiesta, ci trattò in malo modo nell'idioma sudtirolese negando il timbro...non era possibile! Rischiavamo che una simile banalità ci inficiasse l'impresa. Facemmo leva sulla forza di italici invasori alzando il tono di voce e mettendo così in allarme gli avventori, per raggiungere lo scopo. La salita verso il rifugio Genova la feci con esuberante dispendio di energie. Al Puez ci fermammo per un pranzo ristoratore, un abbondante piatto di spaghetti che lo stomaco scombussolato dal cammino si premurò di lasciare in loco poco discosto. Oltrepassammo quindi il Passo Gardena e ci involammo sulle bastionate della scarpata oceanica dell'isola Sella. Su lungo la val Setus, il terrazzamento dove c'è il Cavazza, su più in alto fino a sfociare nell'altopiano sommitale. Qui trovai una senzazione unica di cielo. Chiusi gli occhi, mi abbandonai a respirare spazi immensi nel silenzio, allargai le braccia girando più volte su me stesso. Era come abbandonarsi e naufragare dolcemente nel mare di Leopardi. Sentii più volte l'eco del mio nome volare in quel tempo sospeso, era Walter che mi chiamava non vedendomi dietro di lui. Pernottammo al Rifugio Boè, mangiammo...chissà se mangiai quella sera, dormimmo...forse un po'. L'indomani alle prime luci dell'alba eravamo già in cammino. In un batter di ciglia scendemmo il ghiaione verso il Pordoi, ed in breve ci trovammo a specchiarci nel lago del Fedaia. Gli scarponi mi avevano distrutto i piedi, non trovai di meglio che togliermeli e di percorrere il tratto fin oltre malga Ciapela scalzo. Poi la salita verso il Forcarossa divenne un'agonia. Eravamo a metà del cammino e le forze erano già al lumicino. Sono convinto chè là dove si scollina verso i declivi verdi del San Pellegrino ho capito ciò che fa la differenza in queste improbe imprese. Si va avanti esclusivamente con la forza della determinazione. Ed è questo che quel giorno mi ha consentito di arrivare alla seconda tappa...Mulaz! Il terzo giorno sarà un vagare sulle Pale in lungo ed in largo. Guglie, bastioni rocciosi, gole profonde altipiani silenti, salite e discese, infinite come quella che dal passo delle Lede ci porta a fondovalle passando Per il Minazio e poi il Cereda ed ancora su verso gli infidi ghiaini dell'Intaiada. I rimbrotti lontani di tuono, le nuvole minacciose sempre più cupe che si avvicinano. Lampi, vento intenso, tuoni sempre più marcati. Varchiamo la porta del Bivacco Feltre in Cimonega che si scatena il diluvio universale. Quindici minuti da fine del mondo. Poi una calma apparente da quiete dopo la tempesta di pascoliana memoria. Si riparte, data la luce del giorno che non sta ancora voltando nelle ombre del crepuscolo. Meta un caldo minestrone al Boz. Ai Caserin ci sorprende uno strano vento. Intanto il velo della notte comincia a stendersi. Un colpo di tuono secco, lampi che illuminano a giorno l'andare. Ricomincia a gocciolare, poi si scatena l'inferno. Le ultime energie ci fanno volare giù verso la salvezza in Neva. Spalanchiamo la porta, ci avventiamo in un angolo libero della stanza, ci togliamo lo zaino, gli indumenti fradici, facendo a terra un lago. Alzo gli occhi e vedo occhi sbarrati verso di noi, increduli, silenziosi. Sono quelli del gestore Scudelin e di Daniele, allora giovane ragazzo alle prime esperienze di vita in rifugio...dopo trent'anni sarà ancora là, lui a mandare ...avanti la baracca. Chissà forse mi sono seduto sulla sedia del larin e mi sono addormentato all'istante, chissà non ricordo. Levato il giorno appresso si riparte. Ormai ci rimane l'ultimo sforzo nel salire la rampa dello Scarnion e poi un lungo saliscendi per superare le varie buse glaciali: del Gevero, di Ramezza, di Pietena, delle Vette, e poi giù a Feltre verso la storia. La spilletta triangolino rosso col numero 2 da appuntare orgogliosamente alla camicia quadrettata di flanella. E Walter a riscuotere la scommessa vinta (una birra!!) di arrivare al negozio di attrezzatura sportiva da Oscarsport prima della chiusura. Quando ancora i negozi abbassavano la serranda a mezzogiorno del sabato.
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