Anzi da 274 a 2367 metri per la precisione fin su a Cima Dodici. Sono le cinque e mezzo quando m'invio ed il giorno è già fatto da un pezzo. Ogni sorta di volatile è da un bel po' che si prodiga in tenzoni canore. E già la caldera estiva, sbocciata all'improvviso dopo che il meteo ci ha ammuffito di infinite piogge primaverili e relegati tutti nei tepori domiciliari, si è ripresa la scena. Non è una giornata spettacolare quella che ci attende. Nuvole nere stazionano leziose ai bordi della volta ed i monti sono ingrigiti dalle foschie stantie. Vignui dorme ancora quando passo, mi accoglie il guaito d'un cane ed all'uscita l'abbaio scontroso d'un altro. I tigli liberano fragranze e lontano all'imbocco della valle mi saluta il raglio d'un asino. Entrato nella penombra della valle libero i garretti indolenziti da tanto asfalto, in una breve corsa. Il sole intanto si intrufola tra le fronde a rosare il sottobosco, mentre il fresco ristagna, quasi fosse ultimo rifugio per le correnti residue invernali. Salgo al Pian dei Violini, tra giochi d'acqua rumorosi, concentrato nell'andare. In breve all'interno dell'abetaia silente, in cui aleggiano sentori da saga nordica, il fragore dell'acqua si fa appena percepito, ovattato, viene sostituito da quello delle foglie calpestate. Intanto il tracciato si fa erto in una fittissima vegetazione e quando si sposta dà vista ad un'apoteosi di rupi, pareti fratturate, guglie, aggredite da tenaci mughete ed ostinate aie verdeggianti. L'opacità lattiginosa della luce in valle frantuma la sensibilità dei particolari. Il sentiero sembra non mollare mai, poi allo Scalon di Pietena, sotto le possenti rupi calcaree, anch'esso va in affanno. Suda, sbuffa, ansima, prosegue zigazzando, curva, si agita su pendenze rilevanti. Poi più in su il bosco si dipana e dà spazio a radure sempre più ampie. I prati si colorano di genziane blu cobalto, di ranuncoli tinti di bianco vergineo, arniche che rubano giallo al sole. Colonne di formiche in parata e flotte di insetti sostano su purpuree eriche. Intanto la Rocchetta e le cime d'intorno si intristiscono nel giogo carceriere delle nebbie d'alta quota. Poi dietro il costone appare Malga Pietenetta, le cui rovine s'ingentiliscono nei gialli delle fioriture. Gli alpeggi invece si interrogano ancora circa l'arrivo della primavera. In Pietena spirano correnti ancora intrisi d'inverno e nei restanti accumuli di neve è tempo di crochi e soldanelle. Sembrano salutare i viandanti i miseri resti di quella che un tempo fu dimora d'armenti e bovari. Fatico ad arrivare al Passo, sento l'ansietà dell'aria rarefatta. Raccolgo forze sopite e navigo a vista nel risalire i pendii ghiaiati: Mi fermo, riparto, sosto. Rifiato. Arrivo in cima e mi rilasso in panorami liberati. Giunge anche un altro escursionista fra l'intrico di questa montagna in sfacelo, che lentamente il tempo impietoso la distrugge regalando però un dedalo di scrigni preziosi. Un insieme di conche, ghiaioni, forre, aeree creste, rupi in bilico che si sgretolano al primo contatto, magico. Sembra scusarsi, l' intruso, dell'aver disturbato il mio attimo di quiete... Ridiscendiamo assieme, poi alla base ci separiamo, io proseguo oltre busa delle Vette fino al Rifugio dal Piaz, fra lingue di neve che non demordono. Una breve sosta ed -Alè!!- giù lungo le discese dello scalon delle Vette e poi ancora il Pian dei Violini, i fragori dello Stien, i cani di Vignui, che nel frattempo s'è svegliato, ed ancora asfalto.
tramonto
giovedì 27 giugno 2013
sabato 15 giugno 2013
FORCELLA DELL'OMO
Poi la via del ritorno, guardarla in controluce quale spettro del meriggio...che tarda e lascia un vuoto di silenzio....e tutto tace.
giovedì 12 gennaio 2012
AUTO

E vennero la 500 e la 600 che misero in moto tutta un'Italia intera. Si cominciò lo spostamento veloce da un capo all'altro della penisola, a cambiare rapidamente di luogo sbeffeggiando i ritmi passati. Poi arrivarono gli anni sessanta e settanta e le auto aiutarono a codificare anch'esse le categorie. La simca 1000 diventava auto da muratori, la R4 era cosa da falegnami; per gli imbianchini servirono Ford escort, taunus o la vecchia Anglia, capienti poichè dovevano trasportare lunghi bastoni su cui venivano legati pennelli col fil di ferro, auto di seconda terza mano. Le casalinghe di una certa età, che si liberavano di un antico modello culturale trovavano la loro indipendenza nella 126. I bellimbusti che già intravedevano i futuri eccessi del nord est esibivano con vanagloria la 131 supermirafiori. Come dicevano i Nomadi in una loro canzone "Quelli che erano adolescenti come me...avevano tre miti a quell'età: il sesso il socialismo ed il GT". Gli sportivi sognavano l'HF, mito dei rallies. Il rumoroso maggiolone talvolta era cosa da preti. Arrivava come un siluro la verde 850, senza la marmitta la si sentiva lungo tutto il tragitto a distanze "infinite". E poi la rossa prinz L o la scattante mini minor contribuivano ad alimentare lo zoo stradale. Poi con gli echi del maggio francese scesero assieme alla nouvelle philosophie da oltralpe anche macchine che divennero di uso e costume per i giovani dai pantaloni a zampa d'elefante, studenti squattrinati, in un tempo in cui cercavano un mondo libero da ogni sorta di tabù. Cominciarono a scorazzare Audi 8, la Diane 6 o la più gettonata 2 CV. Per coloro che ormai avevano fatto della loro vita la scelta on the road era pronto il floreale furgoncino 850. Mondo hippies in movimento. Da quelle macchine uscivano anche i nuovi alpinisti ed escursionisti, che sognavano un "nuovo mattino" di libertà e solitudine. Bagagliai che diventavano magazzini viaggianti di corde, ferraglia varia d'arrampicata, pedule, sacchi a pelo, coloratissimi ed estrosi indumenti, bottiglie con vario contenuto. Son passati tanti anni da allora, ora girano presuntosi Suv, arroganti gipponi che spianano le buche (dimenticando le sconquassate campagnole), il colore si fa uniforme sui toni del grigio. Grige come l'asfalto, grigio come l'atmosfera che ci circonda, grigio come il nostro presente, grigio forse come il nostro...futuro.
giovedì 5 gennaio 2012
FRAINA ALTA
Come esci dal bosco e ti affacci alla verde radura hai la percezione di entrare in un altro mondo. Di colpo i rumori della valle, le frenesie del mondo reale scompaiono. Hai la sensazione di tempo sospeso, i ritmi rallentano, lo percepisce sulla pelle. L'atmosfera è ovattata come quando cade la neve. Una dolcezza che strugge. Ti guardi attorno e ti vedi solo eppure è come se tutto intorno fosse vitale. Un mondo animato fino a pochi attimi prima ed ora fermo pronto a riprendere vita lieve. Questo mondo magico contrasta con l'attorno. Un ambiente ruvido selvaggio. Racchiuso da monti scoscesi, canaloni impervi, pendii irraggiungibili, balze rocciose che ti respingono. Anche i camosci sono impacciati nel muoversi. I rumori sono quelli emessi dalla natura. Il vento, il cadere della pioggia, il tuono, il mormorio delle fronde diventano padroni del luogo. Eppure se ti addentri nell'interno scopri i richiami del tempo. Il passato diventa presente. Riscopri passaggi di carbonai, falciatori, boscaioli, cacciatori. I sentieri non più calpestati compaiono, scompaiono, il bosco aggredisce le poche radure. Restano i nomi dei luoghi spesso irraggiungibili, dimenticati. Chi rammenta più laforcella Pollet, el covol de le segade, el col dei gai...Eppure quei sentieri portavano al di là dei monti, comunicavano con le valli attigue. Posi gli occhi sulle casere ed avverti la presenza di coloro che le abitavano, pensi che da un momento qualcuno esca, che ti inviti. Fai fatica a staccarti a lasciarlo questo posto, ti imprigiona come il canto di una sirena.
mercoledì 14 dicembre 2011
GUIDE "ALPINE"
E per primi vennero gli inglesi che inventarono il moderno turismo. Nobili ed aristocratici, scesero nel lontano ottocento ai solatìi paesaggi italici e scoprirono le bellezze dolomitiche. Ne descrissero i viaggi in reportages che diedero lustro alle nostre terre. Poi scritti di Brentari o di Castiglioni (per citarne alcuni) estesero alla conoscenza luoghi e scalate alpinistiche. Guide ormai introvabili che rasentano la "leggenda". Negli anni sessanta e settanta del novecento iniziarono le monografie, che vedevo belle schierate negli scaffali delle librerie, tascabili. Quelle del Cai, guide alpinistiche dei monti d'Italia o della Tamari Editori in Bologna, nei cui libelli venivano trattate per prime le alte vie a firma di (tra gli altri) Rossi, Brovelli Sanmarchi...Per quanto riguarda i "monti di casa" nel 1972 esce Le Alpi Feltrine di Bertoldin De Bortoli Claut...per me appassionato di montagna diventa da subito la "bibbia". Vi sono descritti, talvolta in uno scarno condensato di notizie, tutte le cime ed i luoghi dei monti feltrini con relatvi sentieri e documentazione di ascensioni. Da allora quel libro mi seguirà sempre, soggiornerà periodicamente in camera, in cucina, in sala, ritengo che nessuno abbia sfogliato quella guida al mio pari...In seguito usciranno volumi più specialistici, quello di De Zordi darà una rassegna più dettagliata sulle scalate, Lasen e soprattutto Soppelsa e Dal Mas nella più attenta e particolareggiata descrizione dei sentieri escursionistici. Ora forse si aspetta una nuova "frontiera" nella narrazione dei nostri monti. Mi piacerebbe che i racconti del mio blog ne fossero una testimonianza. Ne uscisse l'anima della montagna presa in considerazione, il suo genius loci. Il lettore venga coinvolto nelle sensazioni che il luogo trasmette. Sapere che salire il Forzelon è cosa ardita per i più (ad esempio) che sulle vette è da arrivarci nell'esplosione delle fioriture, ma soprattutto alla fine di novembre quando il sole è basso sull'orizzonte in giornate terse, nelle cui vallate sottostanti le nebbie nascondono tutto e quassù sferzano poche ma velocissime folate di vento gelido. Oppure camminare fino alla costa dei tei e capire cos'è davvero la wilderness...o comprendere appieno l'emozione che si libera quando arrivi in vista dei Piani eterni!!
venerdì 2 dicembre 2011
OLTRE 7000 m. DI DISLIVELLO (2^ PARTE)
Arrivato alla forcella mi lascio cadere a terra. Appoggio le mani agli occhi e sento nella testa vampate di fatica. Penso se sia il caso di proseguire, poi competo che in ogni caso devo scendere. Mentre consumo un magro spuntino decido di calarmi a valle poi si vedrà. Le nuvole si sono accoccolate stantie sulle cime, il grigiore sopravanza il blu della volta. Una manciata di tempo di riposo e riparto. Scendo deciso lungo le accidentate balze dei pendii. Un susseguirsi di roccette affioranti, macereti, erbe fiorite dove cardi dai toni violetti e gigli dalle tinte aranciate dipingoni i magri zerbi. Corricchio con fanciullesca baldanza e calo di quota come nei fotogrammi d'immagini cinematografiche accellerate. Le gambe hanno trovato un giusto equilibrio ed a proprio agio s'inoltrano nella faggeta che in basso si sostituisce all' erbato declivio. Mi ritrovo dopo circa tre quarti d'ora al bivio. L'amletico quesito "salgo o non salgo" s'insinua. Decido senza tanto ragionare di voltare verso l'alto. Ringalluzzito e rigenerato nelle forze ho l'impressione di non sentire gli affanni dell'erta. Dura poco l'improvvido sentore. Come le gambe se ne accorgono sono lamenti. Tutto il corpo propende per un rapido ritorno a casa, sogna un morbido giaciglio. Invece risalgo stimolato da qualche masochistico neurone lungo cenge e costoni ripidi e malignamente sadici. Il silenzio è rotto da leggere bave di vento. Cerco un andare che trovi un equilibrio tra fatica e resistenza. Le grige rupi ed i verdi penddii cercano di mitigare il proseguio. Vado avendo la sensazione di automa che esca dal proprio corpo. I rumori che percepisco diventano surreali divagazioni della mente. In alto le ultime rocce aeree che supero, la forcelletta che scavalco e svela un'ennesimo punto intermedio di arrivo riequilibria corpo e mente. Mi aspetta l'ultimo tratto di salita. Ritornare al Forzelon e poi verso l'estremità della busa delle Vette. Uno stanco incedere mi porta al Dal Piaz. Le cime, i profili dei monti, i colori, le sensazioni rinbalzano, sembrano estranee; le percepisco ma passano, non lasciano incanto. Oltrepassare l'ultimo passo diventa nulla consolazione. Poi il rifugio un caldo tè, diventa sollievo, diventa nuovo vigore. Riparto e m'involo verso la fine del viaggio a Croce d'Aune. Al termine incontro un'altro escursionista di ritorno. E' felice s'è portato a spasso i suoi oltre cento chili su fino al rifugio, ora guarda in alto con sguardo sereno. Penso al mio percorso oltre 7000 metri di dislivello, poco più di 10 ore di condensato di fatiche, gioie, sensazioni, dubbi, imprecazioni, corse, stordimenti... Ognuno ha bisogno di cercare la propria via.
mercoledì 16 novembre 2011
OLTRE 7000 m. DI DISLIVELLO ( 1^ PARTE)
Notte profonda scivolata via lenta senza portare sonno. Raggruppo poche cose nello zaino, mi gusto un caffè e via in sella della bici verso un sogno da concretizzare. Era da tempo che lo tenevo per me. Percorrere in sequenza i sentieri delle vette, salendo e risalendo più volte la scarpata oceanica. Alla prima salita gambe e testa all'unisono saltano giù dal ferrovecchio rosso, la bici non fa per loro. Risalgo l'erta verso Vignui spingendo a forza di braccia, mentre ad oriente la sottile striscia arancio pittura l'orizzonte. Nel risveglio del bosco si sfidano in melodiche tenzoni gorgheggi e canti, merli, usignoli, fringuelli, pettirossi in un crescendo musicale, amplificato da questo auditorium naturale. Oltrepasso il paese che dorme come fola di vento e mi involo verso la valle di San Martino. Appoggio nel retro della chiesetta il mezzo. In alto le cime riflettono le prime luci del nuovo giorno. Cerco un momento di concentrazione, come dovessi chiamare a rapporto tutte le forze per un ultimo controllo. Parto. Mi aspetta una prima salita di circa 1400 metri, su in alto fino in Ramezza. Mentre percorro lo sterrato disturbando il silenzio con i miei passi sul ghiaino, il sole pennella le cime di luce viva, passando di rupe in rupe, prima di scendere lento inondando i declivi. Il verde del fitto bosco, i colori dei fiori contrastano con l'azzurro del cielo. Salgo lentamente cercando di non disperdere le forze. In breve sono all'uscio di casera Ramezza Alta, davanti a me l'ampia forcella di Scarnia sembra aprirsi a ricevere il sorgere del sole. In controluce tutto diventa ombra nera d'attesa. I prati d'alpeggio sono pregni di guazza, le gocciole brillano. Salgo incontro al sole, dapprima strisciandone accanto poi frontandoci viso a viso là sulla forcella, luogo d'incontro di viandanti. Grappoli di gialli maggiogiondoli stesi a regalarsi la carezza di una calda brezza. Il cammino mi porta verso le mughete ed i contrafforti del Sasso Scarnia che qui si fanno idilliache figure fantastiche di guglie e torri. Una nube piroetta su esse in giochi infantili. Continuo a salire e le piante lasciano il terreno a esili prati, le rocce lasciano terreno a ghiaioni. Mi sento sempre più a contatto con il cielo. Ombre lasciate come scia dalle nubi che vanno aumentando e rubando pezzi di cielo. Raggiungo i circhi di Ramezza e via verso Pietena oltre piazza del Diavolo. Mi sento librare. Lo sguardo scorre agli ampi panorami che l'altezza regala. Altre volte si sofferma sul rosso di tappeti di rododendri, al biancore delle vertiginose rupi. E via verso un'altra meta intermedia e con lo sguardo scorrere ai luoghi che andrò a ritrovare più avanti durante il cammino. Prima del Passo Pietena scendo verso la conca passando, tra gialli botton d'oro, tra i pochi resti della Casera Pietena che resistono all'oblio del tempo. Ancora giù a Pietenetta, memoria di partigiani ed inglesi durante l'ultimo conflitto, e poi mi lascio trasportare in corsa dal zigzagante sentiero che s'incanala fra rudi e severi pareti grige, fino a scomparire nel fitto e finire tra i fatati abeti del Piano dei Violini. Qui indugiare un po' cogliendo l'occasione per rifiatare e ripartire verso altre altezze. Bosco fitto, ora. Pian piano le spavalderie della discesa, sono sopraffatte dalle fatiche dell'ascesa. Passi lenti, il sudore che cola lungo le gote, il respiro che si fa via via più affannoso. La salita che sembra via via interminabile. Le forze che si affievoliscono. Mi sento svenire, mi appoggio ad un provvidenziale costone roccioso. Mi siedo con gli occhi chiusi, sembra che tutto debba finire qui. Li riapro dopo pochi istanti che sembrano essere stati eterni, un cuscino di delicati fiori lievemente rosati sembrano messi per confortarmi. Riprendo forze, riparto. Su comincio a vedere di nuovo spazi che si allargano, prati d'alta quota. Nuvole che vagano e che si accalcano sulle cime. Un ultimo sforzo, arrivo al Forzelon...a metà della "scampagnata".
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